Il principio di Peter

Avete mai sentito parlare del Principio di Peter? Si tratta di un postulato che prende il nome dal suo teorizzatore, lo psicologo canadese Laurence Peter, che definì in modo satirico i meccanismi che governano le carriere nelle aziende. Secondo tale principio “In ogni organizzazione gerarchica, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza”.
Questa teoria si basa sul fatto che in un’azienda dotata di una struttura organizzativa gerarchica, vengono promossi gli impiegati in base alla valutazione delle capacità dimostrate nello svolgere il lavoro attuale.
Finché un impiegato si dimostra in grado di assolvere il suo compito, questi verrà promosso al livello immediatamente superiore, nel quale dovrà assolvere un compito differente. Alla fine del processo, tale impiegato avrà raggiunto il proprio livello di incompetenza, ovvero la condizione in cui non è in grado di svolgere il compito assegnato e di conseguenza non ha più alcuna possibilità di essere promosso, ponendo fine alla propria carriera nell’organizzazione. Ma continuando comunque a occupare tale posizione gerarchica, non potendo essere demansionato.
Fin’ora questa era rimasta una teoria, riportata in un libro che in Italia era stato edito da Bompiani nel 1970.
In questi ultimi anni, però, Alessandro Pluchino, Andrea Rapisarda e Cesare Garofalo, ricercatori dell’Università di Catania, hanno creato un modello matematico per dimostrare la teoria e hanno pure cercato una soluzione per aggirare il problema, ossia un sistema di promozioni che elevi ai ranghi superiori in maniera del tutto casuale. Una strategia paradossale che, però, sembra dare dei buoni risultati ed aumenta l’efficienza dell’organizzazione, tanto che l’Università di Harvard, il 30 settembre, ha assegnato loro il Premio IG Nobel per il management, un premio che è la parodia del premio Nobel svedese, che viene ogni anno assegnato dalla prestigiosa Università del Massachusset che si autodefinisce come “la scienza che prima fa ridere e poi fa pensare”.