Quando il papà non conosce l’inglese

Nei post precedenti ho toccato diversi punti importanti del processo di internazionalizzazione di un’impresa, ma non ho toccato quello forse più critico nel sistema economico imprenditoriale italiano: il Papà.

Oddio, non che ce l’abbia in modo particolare con i genitori maschi, anzi, facendo anch’io parte della categoria, talvolta tendo ad essere molto comprensivo e indulgente con questi particolari colleghi, ma devo riconoscere che rappresentano, nel mondo imprenditoriale locale uno dei punti di maggiore resistenza al cambiamento e all’innovazione.

La nostra cultura d’impresa si basa su miriadi di imprese familiari, fondate da Grandi Vecchi (che magari a volte non sono neanche tanto vecchi) che partendo dalla gavetta hanno portato la propria creatura a crescere, a diventare leader di mercato nel proprio settore o, comunque, ad occupare un posto di prestigio nel panorama economico italiano.

Queste persone hanno trascurato tutto per il proprio giocattolo, prima di tutto hanno trascurato la propria vita che è diventata tutt’uno con i ritmi aziendali, instancabili, continui, a volte infernali. Si sono circondati di persone che facevano carriera più per attaccamento all’azienda che non per vere e proprie capacità manageriali. Capacità che non servivano, perché in una struttura organizzativa completamente piatta in cui l’unico ad emergere era il Fondatore, le scelte strategiche erano tutte centralizzate sull’unica persona che aveva il potere di imporre le proprie decisioni.

Questi signori, come dicevamo, molto spesso sono diventati Papà. Papà con la “p” maiuscola perché dopo la fabbrichetta, l’erede rappresentava sicuramente la cosa più importante, il segno della continuità, la sicurezza che il brand di familia avrebbe continuato a vivere.

E i figli sono stati svezzati e formati con il preciso intento, un giorno, di entrare in Azienda. Hanno frequentato delle buone scuole, talvolta le migliori. Hanno soggiornato più volte all’estero, alcuni di essi hanno addirittura completato gli studi all’estero. Hanno avuto frequentazioni importanti, hanno conosciuto gente aperta, globale. Ma poi sono stati assorbiti dall’impresa di familia.

E qui è iniziato il difficile percorso di essere figli di…

Il continuo confronto con gli altri dirigenti dell’azienda che, sottomessi da una vita, non vedono comunque di buon occhio questa entrata che può portare scombussolamenti e che certamente creerà una barriera tra di loro e il Capo, perché è chiaro fin da subito che quel solo gradino che li separa dal vertice verrà occupato dal figlio del Capo.

Questo fatto porta una destabilizzazione in azienda, con da una parte il Fondatore che vede nel proprio erede il segno della continuità, ma nello stesso tempo ha terrore a lasciargli il timone della nave per paura che la faccia andare sugli scogli. Dall’altra il figlio che, forte delle conoscenze teoriche imparate sui banchi delle buone scuole frequentate, si accorge quanto distante sia la sua fabbrichetta dal mondo imprenditoriale internazionale appreso sui libri.

Il figlio è solo, ostacolato dai collaboratori di Papà, stretto in una morsa, senza poter vedere una via d’uscita da quella prigione, ma con tante idee in testa per migliorare.

Non staremo qui ad analizzare tutte le dinamiche dello scontro generazionale inevitabile in un qualsiasi passaggio di testimone. Qui vorrei analizzare la situazione precisa che riguarda la possibile internazionalizzazione dell’impresa.

Il figlio ha visto il mondo fuori dalla valle, ha capito che non esiste soltanto quel panorama e che il sole non tramonta sempre dalla stessa parte. Inoltre frequenta le associazioni di categoria, il papà lo tiene a distanza perché non faccia troppi danni, ma lui legge i bilanci, perché li sa leggere e non se li fa spiegare da commercialista. E legge anche i giornali, non solo le pagine di cronaca locale, ma anche quelle economiche, si porta a casa la copia de Il Sole 24 Ore che finora era rimasta impilata sullo scaffale dietro alla scrivania del Ragioniere. E capisce che ormai la valle è troppo piccola per la sua azienda e che, pena il fallimento, è necessario guardare ad altri orizzonti, ad altri mercati.

Ma il Papà non conosce l’inglese. E questo è l’ostacolo più gravoso. Finora il Grande Capo aveva avuto completamente in mano la situazione, aveva trattato con i Clienti, definito accordi, venduto, incassato. Insomma, aveva gestito gli affari di famiglia.

Ora deve affidarsi al figlio che conosce le lingue perché ha studiato all’estero, e questo può anche andare, ma non comprende perché il figlio abbia bisogno di quella gente che lo consiglia su come scrivere un contratto, effettuare una ricerca di mercato, scrivere una relazione per un potenziale partner asiatico, decidere i colori della brochure che serviranno nel mercato arabo.

La sua fabbrica l’ha fatta crescere lui, con le sue sole mani, con tante ore di lavoro, sacrificando la famiglia, senza mai fare le ferie, attorniato da quattro impiegati che facevano sempre quello che diceva lui senza discutere.

E qui vi lascio, per questa settimana, a ragionare su questo scenario già visto decine se non centinaia di volte. Ma questo è un punto cardine, un punto sul quale i Papà imprenditori devono meditare. Il mondo è cambiato, vostro figlio lo sa, non avrà certamente la vostra esperienza, ma conosce l’inglese, non soltanto la lingua, ma tutto quello che c’è dietro. Si è fatto un’esperienza internazionale e se non se l’è fatta completamente, comunque sa che il futuro della sua azienda e della sua stessa esistenza non può più passare soltanto per le tante ore di lavoro trascorse dietro alla scrivania del proprio ufficio. Il mondo è cambiato, le aziende sono cambiate, le persone sono cambiate. dategli retta, se volete sopravvivere dovrà cambiare anche la vostra impresa.

 

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