Delocalizzazione, Etica e Business

La protesta che sta circolando sui social network

In un post del 14 agosto scorso (Internazionalizzare vs Delocalizzare) ho affrontato il problema della differenza sostanziale tra internazionalizzazione e delocalizzazione. Credevo di scoprire l’acqua calda, invece, dalle numerose e-mail che mi sono arrivate, ho compreso di aver toccato un punto su cui molti non si erano soffermati in maniera sufficiente a ragionare.

Ho avuto modo di parlarne anche in occasione del Workshop presso la Fiera di Udine il 5 ottobre scorso e anche in quel caso ho ricevuto diversi riscontri positivi al mio pensiero.

Oggi ho trovato su un social network questo “manifesto” che stigmatizza l’utilizzo da parte delle compagnie telefoniche, ma non solo, di call center situati in paesi con bassi costi del personale, che attraverso operatori che parlano la nostra lingua, telefonano a Clienti o potenziali tali, italiani, proponendo servizi e prodotti.

Questo è un bellissimo esempio di delocalizzazione delle attività “produttive” con mantenimento del mercato di riferimento in Italia.

Questi comportamenti, come si evidenzia anche dal tono della campagna denigratoria, di cui il manifesto riprodotto è soltanto una delle tante azioni di comunicazione, possono apparire non etici al destinatario della chiamata promozionale. Effettivamente, in una grave situazione economica come quella in cui stiamo vivendo, un potenziale Cliente può essere portato a fare una scelta basata più sul comportamento etico della società che promuove un servizio che non su altri fattori, e scegliere quella società che, a suo parere, ha un comportamento più condivisibile.

Oggi la tecnologia permette di delocalizzare molti servizi intangibili, come appunto può essere un call center. Le Filippine, che si sono specializzate in questo tipo di servizi per le grandi multinazionali, impiegano oggi 493.000 persone per un fatturato stimato per il 2012 di 8,4 miliardi di dollari (vedi fonte). Ma molti altri servizi vengono delocalizzati. Basti pensare alla realizzazione di software in India o alla prototipazione rapida in Cina.

I nostri imprenditori dovrebbero, come ho già detto, aprirsi all’estero non soltanto alla ricerca di bassi costi di produzione, ma anche e soprattutto alla ricerca di nuovi mercat emergenti, mantenendo la centralità del controllo e del know how in Italia.

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