Internazionalizzazione ma non per tutti

Prendo lo spunto da un articolo pubblicato su Linkiesta, un aggregatore di Blog e di notizie, in cui si parla della grande solitudine dei consulenti freelance, spiriti liberi, costretti a misurarsi con le grandi società di consulenza che hanno trasformato molti professionisti in venditori porta a porta.

Si chiama in causa l’internazionalizzazione delle imprese che, a detta di Federica Piran, autrice dell’illuminato post, è il nuovo cavallo di battaglia dei consulenti, o pseudo-tali, quelli che di volta in volta si improvvisano esperti dell’argomento che in quel momento è richiesto dal mercato.

Sono perfettamente d’accordo con il suo pensiero, ma, pur non essendo la mia una grande società di consulenza, da diverso tempo cerchiamo di aiutare le imprese italiane ad internazionalizzare e mi sono sentito chiamato in causa.

Chi segue questo Blog ha letto diversi post sulla necessità di andare all’estero per sopravvivere e di riconvertirsi per poter continuare a competere nel mercato.

L’autrice fa una affermazione che è sacrosanta: non tutte le imprese possono pensare di internazionalizzare, così come le grandi società di consulenza vorrebbero far credere. Il modello aziendale italiano è formato da tantissime microimprese che operano nella subfornitura e non hanno né la struttura, né la mentalità, né il prodotto, né la forza finanziaria per poter affrontare un progetto di internazionalizzazione.

Questo io lo vado sostenendo da sempre. Quello che però va compreso è che non possiamo neppure andare avanti con l’attuale modello produttivo.

Gli imprenditori, soprattutto quelli del profondo nordest di cui parla la Piran, devono profondamente rivedere la propria organizzazione, capire, ma velocemente, che cosa intendono fare da grandi. E’ da anni che sto andando in giro per convegni a predicare nel deserto, affermando che le aziende devono aggregarsi, costruire catene forti che non si possano spezzare. Che non devono seguire le sirene dei finanziamenti, prima fonte di errore dell’imprenditore.

Quando vent’anni fa lasciai un certo percorso per aprire una partita IVA e iniziare la professione di consulente aziendale, trovavo sulla mia strada imprenditori che mi guardavano negli occhi, capivano quello che avrei potuto fare per loro e decidevano se investire sul “fumo” che stavo vendendo o meno. C’era una offerta e c’era un ordine. L’imprenditore comperava qualcosa che credeva potesse servire alla sua azienda per crescere.

Oggi la prima domanda che mi sento rivolgere è, quasi sempre: “ma ci sono finanziamenti per un progetto come questo?”

Ecco, oggi si parte soltanto se qualcuno ti paga tutto o, almeno in gran parte, quello che stai comperando. Si chiami consulenza o formazione.

Non solo, ma riallacciandomi al discorso della collega veneta, è più facile vendere finanziamenti che consulenza.  Questo, perdonatemi, è un errore madornale. I finanziamenti possono aiutare, certo, ma dopo che si è deciso su che cosa intervenire, come farlo, quali obiettivi si vogliono raggiungere. Partire con un progetto soltanto perché qualcuno ti da dei soldi per farlo è demenziale.

Sarebbe come acquistare una macchina utensile che non ti serve soltanto perché qualcuno te la paga in parte. Una macchina utensile che non serve occupa posto, fa polvere, consuma energia e non si ripagherà mai.

Purtroppo, invece, questo è quanto sta accadendo. Gli imprenditori, prostrati dalla crisi, vessati dalla burocrazia, massacrati dalle tasse, considerano dei progetti di miglioramento soltanto se ci sono i finanziamenti e, riprendendo il discorso dell’articolo citato, ci sono aziende che non potranno mai internazionalizzare se non cambiano profondamente la propria struttura, ma che se ne vanno all’estero con missioni commerciali finanziate dalle Camere di Commercio, che partecipano a fiere internazionali con stand piccolissimi inseriti in agglomerati di altri stand che nessuno visiterà mai. E tutto questo soltanto perché è a costo zero o a costi bassi.

Ma i conti vengono fatti? Si valuta qual’è l’impatto dell’investimento in ore, in risorse, in stanchezza? Si valutano i risultati ottenuti sulla base dei risultati attesi?

Siamo alle solite. Si può parlare di marketing, di internazionalizzazione, di costruire un nuovo capannone, di realizzare un sito per comunicare sul web, di acquistare una macchina utensile o un furgone, di sbarcare sui social media, ma quello che manca è una vera e propria attività di pianificazione e di controllo. L’organizzazione aziendale è sempre la stessa, non cambia mai qualunque cosa si faccia. Si tratta di pianificare, studiare quello che si vuole fare, capire gli obiettivi da raggiungere, definire le risorse e i tempi e poi misurare, misurare continuamente e controllare se quanto stiamo investendo ci sta portando dove vogliamo arrivare. E’ questa la sfida di una qualsiasi impresa consulenti o meno, finanziamenti o meno.

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