Chiaroscuri di import ed export

exportLeggendo l’interessante rapporto dell’ICE, “L’Italia nell’economia internazionale”, che prende in considerazione i dati del biennio 2011-2012, ci si accorge che sono in aumento le piccole imprese italiane che esportano, ma tra le pieghe del report si scoprono altre cose veramente interessanti. Vediamole assieme

L’export nell’ultimo biennio è salito del 3,7%, mentre l’import, nello stesso periodo, è sceso del 5,7% e il saldo commerciale è positivo per 11 miliardi di Euro.

Negli anni di inizio crisi, ossia tra il 2008 e il 2009, le esportazioni avevano evidenziato una flessione, trascinate dalla congiuntura negativa, mentre oggi non dobbiamo dimenticare che uno dei fattori trainanti la crescita delle esportazioni è sicuramente da imputare all’indebolimento dell’Euro, fattore tradizionalmente positivo per chi esporta.

La quota di imprese italiane che esportano, però, rimane comunque inferiore rispetto alla media europea, e questo soprattutto nei servizi.

Ma va notato che il deprezzamento dell’Euro rispetto ad altre monete internazionali ha facilitato le attività internazionali delle PMI, contrariamente a quanto era avvenuto nel biennio 2008-2009, quando le aziende sotto i 50 dipendenti, erano state quelle che avevano subito un calo nell’export molto più marcato rispetto alle aziende di più grandi dimensioni.

Quello che si può notare dal report, è che le aziende esportatrici hanno una produttività più elevata rispetto a quelle che operano esclusivamente sul mercato interno.

Le imprese più virtuose, quelle cioè che fanno ricerca, che innovano e che hanno avviato seri progetti di internazionalizzazione, mostrano una crescita in termini di fatturato superiore alla media, in tutte le classi dimensionali.

Anche per le PMI, i processi di delocalizzazione di parte della produzione, hanno avuto una forte influenza sulla competitività nei mercati esteri. Questo purtroppo è un dato che non vorremmo leggere, perché se avessimo una politica tesa alla riduzione della fiscalità al livello degli altri paesi europe e si fosse fatto qualcosa per ridurre il cuneo previdenziale, le aziende italiane potrebbe essere competitive anche senza delocalizzare.

O meglio, la delocalizzazione funziona nel momento in cui ci avvicia ai mercati di sbocco, ma è un esercizio controproducente nel medio e lungo periodo, quando i mercati di riferimento rimando quelli regionali.

I principali mercati di destinazione rimangono i tradizionali. Germania, Francia e Stati Uniti si trovano al primo posto, seguiti da Svizzera, Regno Unito, Spagna, Turchia.

Fatta eccezione degli Usa, le imprese italiane rimangono prevalentemente all’interno dei confini europei. La Cina è il dodicesimo mercato di sbocco, il Giappone il quindicesimo, seguito da Emirati Arabi Uniti, Brasile e Honk Kong.

La top 20 dell’export presenta poche variazioni rispetto al 2011, fra i paesi dell’Est Europa la Russia si trova in nona posizione, la Polonia in undicesima, seguite da Romania in quattordicesima e Repubblica Ceca diciannovesima.

Per quanto riguarda le importazioni, invece, la Top 20 è più internazionale e meno europea.

Le merci arrivano soprattutto dalla Germania, dalla Francia e dalla Cina.

Gli Usa sono al nono posto, la Libia, passa dal ventiteresimo posto del 2011 all’ottavo, seguito da Algeria, dodicesima, Arabia Saudita, quattordicesima, Azerbaigian, tredicesima e Kazakistan, diciannovesimo.

Qui permettetemi di fare una considerazione che si riallaccia con quanto detto più sopra.

Io ritengo che le forti importazioni da paesi come Libia, Algeria, Arabia Saudita, Azerbaigian e Kazakistan, siano dovute alla delocalizzazione di aziende italiane che continuano a cercare paesi a basso costo di manodopera, per poi importare il prodotto finito o il semilavorato, da completare in Italia e, soprattutto, da commercializzare in Italia.

Questo comportamento, assolutamente comprensibile, considerati gli altissimi costi della manodopera in Italia, la pressione fiscale ormai a livelli insostenibili, non potrà reggere ancora per molto. In questo modo gli abitanti della nostra penisola, mancando il lavoro, saranno sempre più poveri e non saranno più in grado di acquistare i beni, anche se a prezzi più bassi, prodotti da aziende italiane delocalizzate all’estero. Senza una adeguata politica di espansione negli altri mercati mondiali, pertanto, queste aziende saranno costrette a chiudere, nonostante i benefici fiscali e di costo della manodopera.

 

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