The climber is back

Chi l’avrebbe mai detto che oltre dieci anni dopo aver appeso le scarpette al chiodo, avrei arrampicato nuovamente. Avrei provato l’ebbrezza, a quasi sessant’anni, di appendermi per appigli ridicoli e cercare di rimanere appeso ad uno strapiombo, contro qualsiasi logica legge gravitazionale? Nessuno !!!

Eppure è successo.
E per di più in uno dei luoghi meno logici della terra per fare questo genere di cose: il quartiere di Vauxhall a Londra.
Oggi Mara (moglie) se n’è andata a consumare il bonus regalatole da Nicole (figlia) per il Mothering Sunday, trascorrendo una mattinata in vero stile neurocity, in un locale mezzo caffè e mezzo studio di estetica. Una cosa che solo a Londra o a New York puoi trovare, dove bevi un caffè davanti ad un caminetto acceso mentre ti fanno la manicure.

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Io e Filippo (figlio) in perfetto stile “e noi cosa facciamo?” abbiamo pensato bene di impiegare questa fredda mattinata di un sabato febbraiolo, per ricordare al vecchio (io) che esistono le strade verticali.

Complice la oyster settimanale, la tessera prepagata e, soprattutto flat, che ti permette di girare “gratis” sui mezzi pubblici londinesi, efficienti, precisi, ma costosissimi, siamo andati da casa a questa palestra di arrampicata.
Schermata 2016-03-13 alle 12.23.31Più grotta che montagna. Una grotta di faesite con stalattiti in resina epossidica colorata, sulle quali far rivivere ricordi di imprese titaniche che nel tempo, grazie alle nebbie della mente, diventano ancora più titaniche, ma dalle quali ci si stacca. La prospettiva cambia e da frontale diviene laterale. Tutto quello che hai fatto si allontana, perso in una nebbia di ricordi, stemperati dalle ore, dai giorni, dalle settimane, dai mesi, dagli anni trascorsi, e la visione diventa esterna. Ti guardi da fuori dal corpo. Ti vedi attraverso le foto che ti sono state scattate. Non lo sai più, non sai più se sei tu o se era un altro che ti assomigliava.
Perché ti sembra impossibile di esserti appeso a quelle pareti, ti sembra impossibile non aver avuto paura di quel vuoto immenso che si apriva sotto di te. Tutto era facile, sembrava di volare. Leggero. Spensierato, da un appiglio all’altro.

Diverso oggi, tirare su questo corpo pesante, con la tranquillità, però, di poter atterrare su di un materasso morbido. Una mattina trascorsa tra musica sincopata e sbuffi di magnesite, con un po’ di invidia per quei ragazzini senza grasso a cui non serve nemmeno usare i piedi, ma con una grande serenità nel cuore di essere lì a divertirmi con una delle cose più belle che mi ha dato la vita: uno dei miei figli <3