Valanghe di cazzate

Gola NE Jof Fuart

Questo sono io, nel 1982, in discesa in corda doppia nella gola NE del Jof Fuart in pieno inverno (foto E. Collini)

Da qualche giorno la stampa non specializzata si sta interessando dei morti da valanga, prendendo spunto dalla tragedia accaduta sabato scorso in Val Aurina.
Quella degli incidenti in montagna è una prerogativa della stampa estiva. Quando in luglio e agosto la politica va in vacanza, ecco apparire sui quotidiani i bollettini di guerra provenienti dalle Alpi. Negli ultimi anni lo zero termico sopra i quattromila metri ha aiutato non poco i cronisti rampanti a riempire le colonne dei loro giornali.
Ma d’inverno, succede più raramente. Ma quando succede ecco che i sedicenti esperti si scatenano.
Il problema sono gli elzeviri, gli editoriali, i fondi, ma anche le interviste.
Sembra che gli opinionisti siano diventati di colpo esperti di cose alpine, e si sentano in dovere, oltre che in diritto, di argomentare e disquisire su fatti quanto mai lontani dalle loro esperienze.

Quanto si parla e si straparla di Guide e di esperti. Di inesperienza e di faciloneria. Ma chi l’ha detto che praticare lo scialpinismo con una guida sia una sicurezza assoluta? La storia è piena di Guide morte a causa di errori di valutazione, di rischi presi o di semplici leggerezze.
Emilio Comici, Giusto Gervasutti, Toni Gobbi, Gianni Comino, Giancarlo Grassi, Siegfrid Messner solo per fare alcuni nomi.
Dougal Haston, guida, direttore della scuola internazionale di alpinismo e mitico salitore della parete Nord Ovest dell’Everest è morto sciando su un lievissimo pendio in Svizzera, ucciso da una valanga a lastroni.
Senza poi voler ricordare quel tragico corso Guide della Valle d’Aosta, del 1985, durante il quale, vado a memoria, sei guide perirono a causa di una valanga sul Lyskamm.
Le valanghe sono imprevedibili, l’unico sistema per evitarle è starsene a casa. La fanno facile quei Carneade, esperti di turno, che dicono che basta controllare il bollettino del servizio meteo prima di partire.
A parte che se dovessimo decidere le nostre uscite sulla base del bollettino nivometrico potremmo sciare soltanto sui prati di bassa quota tra giugno e settembre. Basta che la neve esista e il pericolo è subito “tre”.
Inoltre il coefficiente di rischio varia da pendio a pendio, di ora in ora, dal cielo, se sereno o nuvoloso, dalla presenza o meno di vento.
Io posso riportare una esperienza diretta avvenuta quando ero sotto naja.
Mi trovavo al Passo del Tonale alla fine di novembre, eravamo lì per prepararci per i campionati di sci delle truppe alpine. Nell’ultima settimana di permanenza dividemmo gli spazi della caserma con un gruppo di esperti di valanghe, che stavano tenendo un corso di aggiornamento.
Professionisti preparatissimi, lo dico realmente, senza ironia, persone che il manto nevoso e le sue bizze lo conoscono realmente. Sono rimasti lì per una ventina di giorni. Giravano a scavare buche nella neve, fare rilievi, sondaggi, carotaggi.
Ogni tanto con del tritolo facevano venir giù qualche pendio instabile. Con alcuni di essi avevo anche fatto amicizia, si chiacchierava alla sera al caldo dello spaccio.
Poi noi ce ne siamo andati. Passata una settimana se ne sono andati anche loro.
Alcuni giorni dopo è venuta giù una slavina che ha colpito in pieno la stazione a valle della funivia e, se non fosse per il tragico fatto che il manovratore è morto colpito dalla massa di neve, ci sarebbe anche da ridere.
La stazione sarà distante non più di duecento metri dalla caserma e la valanga si è staccata proprio sopra ai pendii percorsi per giorni interi dagli esperti.
E poi, vi siete mai chiesti perché esistono gli ARVA o ARTVA (come preferite chiamarli)? I rilevatori elettronici che emettono un segnale radio in modo che i compagni di gita vi possano tirar fuori da sotto la neve.
E perché si portano dietro sempre la pala, e le sonde? È semplice. Perché quando si va a sciare d’inverno fuori pista il pericolo c’è, ne siamo coscienti.
Ogni alpinista ne è cosciente. Allora possiamo forse non condividere la passione, possiamo non comprendere il gusto di mettere a repentaglio la propria vita per un gioco tanto inutile quanto pericoloso, ma non possiamo metterci a sproloquiare, a fornire ricette di cibi precotti.
L’alpinismo è una passione meravigliosa. Arrivare su una vetta battuta dal vento in un’alba gelida è una sensazione incomparabile, che forse pochi possono condividere, comprendere.
Pochi possono capire il piacere di magiare quella che Primo Levi, nel suo “Il sistema periodico” chiamò la carne dell’orso.
Ma allora, quelli che non capiscono stiano zitti, nessuno si aspetta comprensione, neppure rispetto, ma silenzio sì, perché “…la carne dell’orso è il sapore di essere liberi, liberi anche di sbagliare e padroni del proprio destino”