O.R.B.A. storia di una quasi start-up

Tarabochia III B 2

Alessandro in seconda fila, maglia nera, secondo da sinistra. Io, prima fila in basso, quarto da destra, di fianco al primo della classe, che regge la lavagnetta

Oggi la chiamerebbero Start-up, ma questa non è la storia di una start-up, perché non siamo nella Silicon Valley, ma in via dei Gelsomini a Roiano, un quartiere che, all’epoca dei fatti, era una delle zone periferiche di Trieste.
E poi, già da subito, avrebbero dovuto capire che io e Alessandro non eravamo fatti per fare gli imprenditori, ma andiamo con calma.

E’ la fine degli anni sessanta. Ma non proprio la fine. Perché la fine è il ’68, che non è stato solo la fine degli anni ’60, ma, anche se molti oggi preferiscono dimenticarlo, è stato una linea di demarcazione nella storia. C’è un prima del ’68 e un dopo del ’68.

Ma ritorniamo alla nostra storia. Alessandro ed io frequentavamo la scuola elementare Emo Tarabochia, potevamo essere in quarta, massimo in quinta. Era da poco stata varata la riforma delle scuole medie, ma a noi poco interessava, presi com’eravamo, a passare i pomeriggi a giocare a nascondino nella segheria di suo padre. Eh, si, avete letto bene, il suo babbo era proprietario di una segheria e noi ci giocavamo dentro. La segheria era situata proprio sotto alle pendici di Monte Radio, un capannone industriale con una vastissima area scoperta, completa di raccordo ferroviario, dove arrivavano giganteschi tronchi di legno e ne uscivano tavole segate e piallate, pronte per l’utilizzo in edilizia o in falegnameria.

Per noi era un mondo meraviglioso, pieno di anfratti e, a pensarlo oggi, pieno anche di un sacco di pericoli. Ma ci lasciavano giocare lo stesso. Ogni tanto qualche operaio ci sgridava, ma nel complesso riuscivamo sempre a scamparla, nascondendoci in mezzo alle cataste di legname messo ad essicare, prima della spedizione.

Credo che questi siano tra i ricordi più belli della mia fanciullezza. Un periodo che si situa esattamente in mezzo. Tra l’innocenza dell’infanzia e i primi brontolii adolescenziali.

Ovviamente non eravamo soltanto io e Alessandro a giocare a nascondino, sarebbe stato monotono. A correre tra le cataste di tavole, slalomare in mezzo ai macchinari che sparavano trucioli dappertutto, o a strisciare sopra ai tetti di eternit dei capannoni, c’erano frotte di bambini. Frotte di bambini pronte a scattare appena il poveretto che aveva perso la conta e doveva stare sotto, volgeva un attimo le spalle e non sarebbe riuscito a recuperare il terreno perso e a battere prima sul muro del “libero”.

Ma i due compagni inseparabili eravamo io e Alessandro, gli altri erano i nostri amici di ricambio. Loro ruotavano frequentemente, ma noi eravamo sempre là, assieme.
Quante ore trascorse serenamente, nei brevi pomeriggi invernali, compresi tra la campanella d’uscita della scuola e il tramonto del sole che segnava inesorabilmente il rientro a casa.

Ma non c’era soltanto il nascondino che ci teneva occupati. Lo strumento indispensabile, quello che ognuno di noi possedeva , il bene più prezioso, era la bicicletta. Ogni bambino ne possedeva una. Magari di seconda mano, magari da donna con il sellino completamente abbassato, magari scassata (oddio, tutte più o meno erano scassate), ma ognuno di noi ne aveva una. Una specie di prolunga della propria povera, ma felice esistenza.

Mi ricordo ancora quando mio padre, rientrato stranamente dal lavoro prima che i negozi fossero già chiusi, mi portò in via Settefontane, che per me era dall’altra parte del mondo e, per premiarmi per essere stato promosso, mi regalò una Cottur azzurra metallizzata, con manubrio da turismo (era quello diritto che allora andava tanto di moda), i parafanghi che io odiavo, con il catarifrangente rosso e il fanale con la dinamo.

Ricordo che arrivammo proprio qualche minuto prima della chiusura. Ma lei era lì che mi aspettava, con le sue belle ruote numero 24. Ho sempre pensato che non siamo noi a scegliere la bicicletta. Ma è la bicicletta che sceglie noi. Non so perché, ma se osservate bene, ogni bicicletta ha il padrone che si merita.

Ebbene. La storia riparte proprio da qui. Da un pomeriggio di primavera avanzata, quando la scuola stava già finendo. Un pomeriggio strano, di euforia, quando io e Alessandro ci soffermammo a ragionare sul perché quell’uomo brutto, vecchio, che aveva la bottega in una specie di antro in via Udine, proprio di fianco al ferrivecchi, facesse pagare così tanto per sostituire un cavo del freno rotto o per riparare una camera d’aria bucata. Si proprio bucata, non forata. Il foro è qualcosa di preciso, un’opera meccanica che ha una sua logica. Il buco invece è quello che succede ad una gomma di bicicletta quando incontra un aggeggio contundente.

Qualche nostro amico poteva rimanere anche per delle settimane senza il proprio cavallo d’acciaio, perché aveva bucato e la sua mamma non gli dava i soldini per portare la bici a riparare, oppure il suo papà non aveva tempo per aggiustarla nelle ore libere dal lavoro alla domenica.
Si, perché, a quell’epoca, tutti i nostri papà lavoravano anche di sabato. Il mio, per la verità, lavorava anche di domenica.
Certo, ognuno di noi aveva appeso dietro al sellino la busta in cuoio con gli attrezzi necessari alla riparazione delle gomme, ma credo nessuno, a quell’età, li sapesse usare.

Io e Alessandro, pertanto, inforcammo le nostre bici e andammo in esplorazione per la città, alla ricerca della materia prima. Pezze, mastice e cavi dei freni.

Girammo un giorno intero, mi ricordo, sotto il sole di luglio, con i sellini delle bici che ci scottavano le cosce ogni volta che risalivamo, dopo averle lasciate appoggiate al muro esterno del negozio, regolarmente in battuta di sole.
Girammo tutto il giorno, ma raggiungemmo l’obiettivo. Trovammo la materia prima, che non potemmo comperare per mancanza di finanza, ma registrammo su un taccuino i prezzi di tutto, anche dei cavi, che scoprimmo soltanto allora, erano di diametri e di lunghezze diverse.

Rientrati nel nostro ufficio, la vecchia casa dismessa del custode della segheria, un mezzo rudere con un’edera che ormai se la stava divorando, iniziammo i nostri calcoli, per vedere quanto il vecchio di via Udine lucrava su un po’ di mastice e un cavo dei freni.

Nessuno di noi due aveva ancora studiato economia e non sapendo che cosa fosse il valore aggiunto, il margine di contribuzione, gli oneri finanziari e nemmeno le imposte, giungemmo presto alla conclusione che quell’uomo era un usuraio. Non avevamo ben chiaro che cosa fosse un usuraio, ma il suono della parola rendeva bene il concetto che ci eravamo fatti di lui.

Non ho ricordi su quanto fosse il valore di una riparazione, ma se pensate che mio padre, per fare il pieno alla sua Fiat 1100 L spendeva mille lire e gli regalavano pure una pelle di daino per pulire i vetri, potrete immaginare quanto potesse essere il volume d’affari del poveretto.

Quindi, senza pensarci troppo, nacque la O.R.B.A. un acronimo quanto mai azzeccato, inventato, lo ammetto, da Alessandro, che significava Officina Riparazioni Biciclette Avariate.

Avevamo i locali e gli attrezzi. Ci mancavano i clienti e il capitale.
Oddio, per la verità ci mancavano anche le competenze, ma di quello ci accorgemmo dopo. Ma si sa, i business plan non sono mai precisissimi e, alla fine, quello che conta, per un imprenditore, è la capacità di rischiare e di mettersi in gioco.

I clienti li raccattammo subito. Chi non aveva un cavo spellato che stava per rompersi? Chi non bucava la gomma almeno una volta alla settimana? Se avessimo tenuto i prezzi competitivi rispetto al vecchio di via Udine, elevato a sua insaputa al rango di nostro concorrente, il mercato sarebbe stato nostro.

Ma mancava il capitale iniziale. La società era fatta, senza tanta burocrazia. Proprio una sorta di start-up come quelle che una quindicina di anni dopo sarebbero nate nei garage di Cupertino in California, o di Albuquerque in Nuovo Messico, e negli anni seguenti, avrebbero fatto impazzire le borse di mezzo mondo. Ma mancava il capitale iniziale.

I business angels non esistevano ancora, ma noi italiani, all’epoca, eravamo pieni di risorse.
Mi ricordo che recuperammo una rete da letto, trovata tra i rovi di via Giusti, dove usavamo scivolare con il nostro carretto a baliniere (ma questa è un’altra storia) e pensammo bene di caricarla di giornali che andavamo a recuperare vicino ai bidoni della spazzatura, dalle parrucchiere e nei bar del rione. Voi non avete idea di quanta carta veniva buttata via anche allora.
La rete del letto era pesante e i fili di ferro che spuntavano proprio dove noi la prendevamo per sollevarla, facevano un male da morire e spellavano i nostri poveri polpastrelli di scolaretti in vacanza. La trascinammo per una intera mattinata, carica di giornali, su per via Barbariga e lungo via Udine, per portarla a vendere dal ferrivecchi, vicino di bottega del nostro odiato concorrente.
Nei film americani, a questo punto, arriva la scena commovente. Qualcuno ci vede, si commuove, e con un sottofondo musicale di violini, un riccone scende dalla limousine e premia i due giovani imprenditori, con una mancia tale che cambia il corso della loro vita, della vita delle loro famiglie e delle generazioni future. Ma noi non vivevamo in un colossal hollywoodiano, ma in un film del neorealismo italiano. Giunti dal ferrivecchi, questo ci pesò la carta e ce la pagò al prezzo corrente, ma della rete non sapeva che farsene, visto che ne aveva già la bottega piena. Pertanto quella ce la riportammo in segheria o la ributtammo nei cespugli in via Giusti. Adesso non ricordo bene.

Fatto sta che la vendita della carta ci procurò quel capitale iniziale che ci servì per approvvigionarci di alcune pezze, del mastice e un cavo del freno di dimensioni medie. Insomma, una giusta scorta di magazzino, che ci permettesse di affrontare serenamente le prime commesse. E ci rimase anche qualche lira per un ghiacciolo. No, non un gelato. Un gelato non ce lo potevamo permettere, ma i soldi per due ghiaccioli alla menta, mi ricordo che uscirono dalle casse dell’impresa.

E arrivarono i primi clienti, ragazzini più piccoli di noi, con pochi soldi in tasca come noi, ma con un problema da risolvere. Mi ricorderò sempre la faccia del primo primo cliente, che aveva bucato e non aveva coraggio di tornarsene a casa. Alessandro, con la sua aria da affabulatore, lo tranquilizzò dicendo che avremmo risolto noi il suo problema, in poche ore. A casa sua non si sarebbero accorti di nulla. Il prezzo che gli chiese come contropartita, ovviamente senza scontrino, era molto, ma molto più basso di quello del nostro concorrente, ma ci avrebbe permesso di rimpinguare ancora le scorte del nostro magazzino.

Avevamo le idee molto chiare. Nella nostra testa c’era un processo, stavo per dire un flow chart, ma forse sarebbe eccessivo, che somigliava molto a quello della lattaia che se ne sta andando al mercato per vendere una brocca di latte e nella sua testa c’è già il percorso che la porterà, passo passo, attraverso la produzione e vendita di formaggi, l’acquisto di mucche e di stalle, a diventare una principessa, davanti alla quale tutti si inchineranno e, nel mimare l’inchino, rovesciò tutto il latte che stava nella brocca che teneva sulla testa. Fine del sogno.

Noi avevamo l’idea, di buco in buco, di cavo del freno in cavo del freno, di arrivare a costruire biciclette da corsa che avrebbero vinto un giorno il Giro d’Itala. Chissà, magari con noi sopra … mai porre freni alle speranze.

Iniziammo diligentemente a sganciare il copertone dal cerchio, tirammo fuori la camera d’aria, la gonfiammo e la mettemmo nel catino di acqua per vedere da dove uscivano le bollicine e trovare il buco.
Asciugammo tutto. Con la carta vetrata grattammo la gomma della camera d’aria, ci mettemmo il mastice e poi sopra la pezza.
Perfetto. Dopo una mezz’oretta riprovammo a gonfiare e a rimettere nel catino. Perfetto. Nessuna bolla. La pezza teneva perfettamente.
Sgonfiammo la camera d’aria la rimettemmo nel copertone e, con i tre ferri fatti apposta, non senza sudare, riassemblammo la ruota. Ma quando fu l’ora di gonfiarla, la camera d’aria faceva degli strani suoni, come un flauto dolce che suoni una noiosa melodia tibetana. La ruota era sempre sgonfia, non teneva. Smontammo tutto di nuovo  e, inserita nuovamente la camera d’aria nel catino, le bolle uscirono non più da uno, ma da ben tre buchi. Buchi che avevamo fatto noi rimontando la camera d’aria nel copertone.
I ricordi sfumano nel colore del sogno. Per farla breve, dopo alcuni tentativi, e visto che arrivava sera, fummo costretti a portare la ruota dal nostro concorrente e farla mettere a posto da lui, causando un costo insostenibile alla nostra società che, come molte delle stat-up morì prima di essere veramente nata.

Ho avuto alcuni successi nella vita, ma anche diversi fallimenti. Ma questo fu il primo. Il primo di cui serbi memoria. Il primo che mi insegnò qualcosa. Mi insegnò che un’estate vale la pena di essere vissuta anche se la tua start-up è fallita. Importante che con te ci sia un amico. E fu un’estate bellissima.