Galeotta fu la pasta alla menta

Schermata 2016-07-17 alle 12.45.26E’ stato Facebook, stamattina, a ricordarmi qualcosa, accaduto esattamente trent’anni fa. Ovviamente il social network che ha cambiato le nostre vite (che sia in meglio, o che sia in peggio, ma dobbiamo ammettere che le ha cambiate) non può sapere quello che è successo, ma un suo algoritmo ha letto la data di una fotografia che avevo inserito in un album fotografico qualche anno fa, ha fatto uno stupidissimo calcolo che sarebbe stato capace di fare anche un Commodore 64, e mi ha lanciato una freccia dritta dritta nel cuore:
Hai ricordi con Mara Salviato, Riccardo Crepaldi e altri sette amici“. Clicco sul link e vengo sparato da una macchina del tempo su una liscia parete dolomitica inondata dal sole.
17 luglio 1986, altro che semplici ricordi …

Padova 1986, il più bell’anno della mia vita. Si, i momenti felici della vita sono stati anche altri, disseminati negli anni. Al primo posto la nascita dei miei due figli. Ma sono stati momenti isolati. Il 1986, invece, nei miei ricordi, è un anno completamente felice, l’anno che è stato l’ultimo della mia giovinezza, l’ultimo che mi ha visto fare le cose più pazze della mia vita, e quello in cui ho conosciuto la ragazza che la mia vita l’avrebbe cambiata (come Facebook, stesso discorso 😀 ), la ragazza che mi ha fatto capire che la vita è degna di essere vissuta anche se non la metti in gioco ogni giorno.

Ma torniamo a quel 17 di luglio. Credo fosse un giovedì. Non voglio andare a controllare il calendario perpetuo, perché toglierebbe magia al ricordo che, per definizione, deve essere sfumato.
Io e Riccardo Crepaldi, mio compagno di cordata in quella stagione memorabile, avevamo dormito al rifugio Scotoni, per la seconda volta in quella settimana. Nei nostri piani c’era la ripetizione della Via Lacedelli alla Cima Scotoni. Una classica via alpinistica del mitico sesto grado superiore.
Una via che era stata aperta dagli Scoiattoli di Cortina nel 1952, utilizzando la bellezza di 140 chiodi.
Ho scritto sopra “mitico sesto grado superiore” perché era stata aperta con moltissima arrampicata artificiale, usando appunto chiodi e staffe, in un periodo nel quale il 6° grado era considerato il massimo e, quando non si riusciva più a salire senza utilizzare mezzi artificiali, la via veniva semplicemente catalogata come 6° grado superiore.
Ma negli anni ’80 se ti attaccavi ad un chiodo, rischiavi che i tuoi compagni di cordata non ti rivolgessero più la parola o, ben che ti andasse, dovevi comunque pagare da bere.
Riccardo ed io eravamo una coppia molto affiatata e, soprattutto, eravamo molto molto allenati. E’ stato proprio in quell’anno che ho capito che conta sicuramente la predisposizione, conta sicuramente il fisico che ti ha dato madre natura, ma la motivazione e l’allenamento sono la base per superare qualsiasi difficoltà e che, anche se la Nike non aveva ancora inventato il suo pay-off, avevamo già capito da soli che “Everything is possible“. Basta volerlo.

Avevamo già approcciato la salita la domenica precedente, ma avevamo dovuto rinunciare per il brutto tempo. Oddio, non è proprio così, la storia è un po’ diversa e la racconto perché non vorrei mai che qualcuno si prendesse la briga di andare a controllare che tempo atmosferico ci  fosse la domenica 13 luglio (anche lì avrei dovuto capire che il 13 mi porta male e il 17 mi porta bene). Io e Riccardo uscimmo dal rifugio prima dell’alba. Era una sua paranoia, aveva sempre paura di non riuscire a salire velocemente una via ed era terrorizzato di dover scendere con il buio. Così al buio ci andavamo la mattina all’attacco.
Giunti alla base della via c’era nebbia e pioveva. Intirizziti, perché essendo luglio eravamo vestiti di nulla, avevamo atteso le prime luci, ma dato che il tempo non stava girando al bello, eravamo ridiscesi al rifugio, dove, giusto per la cronaca, eravamo arrivati prima delle 7 di mattina, proprio nel momento in cui stava uscendo un sole meraviglioso che, per tutta la giornata, avrebbe illuminato un cielo di blu cobalto.
Riccardo voleva risalire all’attacco, ce l’avremmo fatta senza problemi, ma io lo volli punire e mi rifiutai di tornare, per quel giorno, a risalire il ghiaione che in cinquecento metri portava alla base della parete. Mi rifiutai e me ne rimasi a bere birra assieme a tutti i gitanti tedeschi che erano arrivati e affollavano il prato del rifugio.

La sera del mercoledì eravamo nuovamente allo Scotoni e il giorno dopo, in meno di quattro ore percorremmo quelle rughe di dolomia e ci appendemmo per quegli appigli che avevano già ospitato le dita della meglio gioventù alpinistica del mondo.
La salimmo in un tempo veramente molto breve, toccando un solo chiodo all’uscita del primo tiro. Un passaggio che, leggo oggi su una guida moderna, viene ancora valutato 6c. Il 6c è una valutazione della scala francese che, per dare un’idea a chi non bazzica molto le cose dell’Alpe, corrisponde più o meno a un VIII° grado della scala classica, quella di cui parlavamo sopra, che considerava, un tempo, il VI° grado come il massimo possibile da superare per un essere umano.

lacedelli 1

Io, sul primo tiro della via

Eravamo allenati ed eravamo motivati. Ma soprattutto io ero motivato a finire veloce, perché due settimane prima, proprio la sera del due luglio, avevo conosciuto una splendida ragazza bionda, che mi aveva promesso, che quella sera sarebbe venuta assieme a me ad una cena a casa di Stefano, un altro alpinista padovano (le mie frequentazioni in quel periodo erano molto unidirezionali) che aveva organizzato una festicciola non mi ricordo più per cosa.

Arrivammo a Padova nel tardo pomeriggio e la mia fata bionda, quando passai a prenderla per andare a cena, mi diede un sapone per tornare a casa mia a farmi una doccia. In effetti, pensandoci ora, non avevo posto molto bene le basi per una serata romantica. Io contavo sempre sui miei “occhi che hanno guardato l’infinito“, ma mi sa che la puzza di sudore dello scalatore, aveva un impatto ben più determinante.

La serata fu un disastro. Stefano preparò una spaghettata con una salsa di pomodoro nella quale aveva sminuzzato troppe foglioline fresche di menta che aveva raccolto nel suo giardino. Che fosse proprio menta non sono sicuro, visto il genere di piante che usava coltivare nel gradino, ma comunque, il sapore che ne risultò, assomigliava molto ad un dentifricio al fluoro.

La bionda non toccò il piatto e rimase muta tutta la sera soffrendo, immagino, per tutti quei discorsi di montagne, pareti, gradi, moschettoni, chiodi si, chiodi no e via discorrendo sul monotema alpinismo.

Quando la riaccompagnai a casa, senza la minima speranza che mi facesse salire, le chiesi se ci saremmo rivisti ancora.
– Non lo so … può darsi – mi disse senza guardarmi, più per pietà che per convinzione.
Me ne andai nella calda notte patavina con la consapevolezza, però, che con quella ragazza avrei trascorso tutto il resto della mia vita.