Lo zaino, gli occhiali da lettura e altre storie

L’unico vantaggio di essere anziani, credo, è che non si è morti da giovani.
Molte persone non sanno invecchiare, e mi sa che io sono tra queste.
Non sto filosofando su cose nuove, lo so. Credo che da sempre l’invecchiamento dell’uomo sia stato alla base di grandi discussioni. Basti pensare al Cato Maior de senectute di Cicerone.
A me piace molto la frase che Oscar Wilde scrive ne Il ritratto di Dorian Gray: “La tragedia della vecchiaia non è invecchiare, ma rimanere giovani dentro”.
Sembra un paradosso, d’altra parte il buon vecchio Oscar è stato il re dei paradossi, ma non lo è. Me ne sto rendendo conto.
Passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti, cantava Fabrizio De Andrè, è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti. Il menestrello genovese parlava di nani, ma la frase va bene anche per la maturità. I Peter Pan che rifiutano di crescere sono molti, e in questi ultimi anni sono sempre di più. Cinquantenni che sposano ventenni, settantenni che si risposano con trentenni, sessantenni che corrono. Si, avete letto bene, sessantenni che corrono. Perché sono ormai tantissimi i maratoneti e gli IronMan che hanno il numero sei e talvolta anche il sette, come prima cifra della loro età.
Gente che continua a spingere il proprio corpo all’estremo, nella speranza, forse, dell’immortalità.
Di solito la convinzione di essere immortali è una peculiarità dei giovani. Mi ricordo che in gioventù, quando praticavo l’alpinismo di livello, non mi era mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello la remota possibilità di avere un incidente e morire.
Io ero immortale. Molti dei miei compagni di cordata si sentivano immortali. Alcuni poi, però, sono morti.
L’immortalità non esiste, ma è importante, però, che la morte ci trovi vivi. È forse questo il senso di tutto questo muoversi, stare a dieta, alimentarsi in modo corretto, non eccedere in nulla, se non nel movimento e nel rischio.
Ma tutto questo stare in forma, ci fa dimenticare che il nostro corpo possiede comunque un timer biologico interno che va avanti in un inesorabile count down inarrestabile. Me ne sono accorto stamattina, preparando lo zaino per un’escursione con mio figlio e tre suoi amici.
Filippo e tre suoi compagni di lavoro, due inglesi e un australiano, hanno pensato bene di sfruttare le conoscenze del babbo, per una gita wild sulle Alpi.
Mamma Mara proponeva di portarli in Dolomiti, ma visto che la parola wild era il leit-motiv divenuto un intercalare nei discorsi su Skype, fatti per organizzare l’avventura, e visto che le Dolomiti in agosto hanno più o meno lo stesso impatto antropico di Oxford Strett alle tre di un sabato pomeriggio, il vecchio (che, vi ricordo, sarei io) ha deciso per un trekking (oggi si dice così vero?) sulle Alpi Giulie.
Non svelerò il percorso, dirò soltanto che una notte, i baldi giovani manager londinesi, la passeranno in un bivacco fuori dal mondo, dove non serve prenotare perché comunque non c’è mai nessuno. In un bello scatolotto in lamiera pitturata di rosso con sei posti per dormire. Oddio, rosso, l’ultima volta che l’ho visto era rosso, ma sono passati talmente tanti anni che potrebbe essere benissimo di un altro colore.
Fatto sta che questa avventura mi sta prendendo. Non tanto la scarpinata in se, quanto il tornare con queste gambe a ripercorrere quei sentieri, quelle ghiaie, che hanno sopportato i miei lievi passi di ragazzino. Rivedere quelle pareti che mi hanno visto crescere alpinisticamente e dove ho mosso i miei primi passi verticali.
Non si tratterà di scalare, ma solo di camminare, lentamente, con il passo e gli occhi del viandante, su quei sentieri che sono stati calcati da pastori, soldati in armi e contrabbandieri.
Un ritorno al mio passato, quasi una cerimonia iniziatica, come quando in chiesa gli sposi si giurano nuovamente amore dopo cinquant’anni di matrimonio.
E per farlo, per farlo bene, ho iniziato a raccogliere il materiale da riporre religiosamente nello zaino. Una serie di azioni fatte seguendo quella check list che ormai è tatuata nel mio cervello. Portando solo l’indispensabile e scartando l’inutile, che aggiunge soltanto peso e non porta valore. Quelle cose di cui dovremmo imparare a fare a meno anche nella vita di tutti i giorni, ma che ci accorgiamo non servire, soltanto quando dobbiamo caricarcele sulle spalle.
E qui viene il bello. Sfogliando la mia vecchia guida delle Alpi Giulie, serie CAI-TCI Guide ai Monti d’Italia, scritta dall’amico Buscaini, accarezzando le pagine stropicciate, più volte bagnate e riasciugate, percorse migliaia e migliaia di volte dai miei polpastrelli, mi sono accorto, per la prima volta, della dimensione grafica infinitesimale dei caratteri di stampa.
Eh si, per la prima volta mi sono reso conto che qualcosa era cambiato.
Già nel fare lo zaino avevo accarezzato le corde, i moschettoni e le fettucce, il martello, i chiodi e le staffe, i nut e i friend. Attrezzature che stavolta non sarebbero entrate nel mio sacco perché, appunto, inutili. Le avevo accarezzate con un po’ di emozione e le avevo parlato. Avevo detto loro che stavolta sarebbero rimaste chiuse nell’armadio della cantina, dove da troppi anni, ormai, sono segregate senza più vedere il sole.
Ma questo dipendeva dall’avventura che mi aspetta. Una semplice passeggiata attraverso sentieri, ghiaioni e forcelle, ma senza la necessità di mettere le mani sulla roccia.
Mentre cercare di leggere la guida e non riuscire a mettere a fuoco le parole, mi ha fatto rendere conto che il timer sta correndo, che l’acqua scorre veloce nei fiumi, e che il tempo è inarrestabile. Così una cosa che un tempo non c’era, è diventata indispensabile. Un piccolo peso in più da mettere nello zaino. Gli occhiali da lettura. Pochi grammi in più per le le mie spalle, ma un peso enorme per la mia anima.