Autostop a sessant’anni

Bivacco Gorizia 1L’ultimo dei mohicani, questa potrebbe essere la sintesi dei tre giorni passati in montagna assieme a quattro giovani di nazionalità diverse, e ad altra varia umanità, tanto da sentirsi protagonista di una di quelle barzellette che cominciano con: “c’erano un italiano, un inglese, un australiano …”. Si, ci sarebbero un sacco di cose da raccontare di questo tuffo nel passato, iniziato, come erano quasi sempre iniziate o finite tutte le mie avventure giovanili sulle Alpi Giulie, ossia con la pioggia e anche con la grandine.
Eh si, la pioggia, e anche la grandine, è stata la prima protagonista di questo viaggio iniziatico per tre ragazzi anglosassoni, che prima di oggi non avevano mai visto una vera montagna.
Ma una pioggia vera, di quelle che trasformano i sentieri, ripidi e sassosi, in torrenti. Una pioggia che ti entra ovunque, nelle scarpe, ma soprattutto nell’anima. Ti scorre sulla schiena, ti bagna il cuore, ti fa capire che la natura vince e vincerà sempre.
Ma piano piano diventi anche tu come quelle salamandre nere che sembrano fatte di gomma, che lentamente ti attraversano la strada tra una bomba d’acqua e l’altra. Diventi parte dell’universo, goccia d’acqua in questo mare svolazzante, e l’acqua che ti scorre sulle guance ti fa capire che sei vivo e che questa è la vita. Che questo rumore di vento è musica per la tua anima e le raffiche spolverano e ripuliscono i meandri del tuo cuore.
Poi, di colpo, proprio sul tornante del sentiero che porta fuori dai larici e ti fa incontrare il tappeto di eriche fiorite, l’acqua finisce e iniziano tre giorni bellissimi, dominati dal vento che ha tenuto pulito un cielo di cobalto, con le nuvole che lo spazzavano continuamente da nord-est verso sud-ovest.
Un camminare tra i sassi ricordandosi cosa sia una salita, che cosa sia avere uno zaino sulle spalle. Si sale con i polmoni e si scende con le cosce o, meglio, come diceva il grande amico Sergio Figel: “in discesa ogni santo ‘iuta”.
Tre giorni di saliscendi attraverso le forcelle e i ghiaioni del gruppo del Jof Fuart, tre giorni di nulla e di infinito assieme. Luoghi dove, è inevitabile, anche se ti credi laico e illuminista, forse anche ateo agnostico, incominci a parlare con Dio. Dove lo incontri, spaziando con gli occhi attraverso le immense giogaie che ti fanno capire quanto piccolo sei, quanto tu sia inutile per l’universo, ma quanto importante tu sia ancora per quello scricciolo che ormai non è più uno scricciolo, perché ha ventiquattro anni, una vita autonoma in quella che forse è la città più bella del mondo, e adesso segue i tuoi passi su questo sentiero che, forse, non porta da nessuna parte, ma comunque sale verso il cielo. Come per me, anche per Filippo non si è trattato, come invece per i suoi amici, di un viaggio iniziatico, ma di un ritorno. Un ritorno maturo a quei sassi che lo avevano visto bambino sgambettare davanti a mamma, ma soprattutto a papà, perché: “se cado mi prende di colpo”.

La bellezza di questi giorni l’ho trovata soprattutto nei suoi occhi, nei suoi occhi pieni di amore e in quelli dei suoi amici, che nel frattempo erano diventati anche miei amici, pieni di stupore per la meraviglia di queste valli deserte piene di vita. Ragazzi sereni che hanno trasformato il tavolaccio del ricovero di Riobianco in un tavolo da gioco, presi dal sacro furore della Briscola, gioco di carte tipicamente mediterraneo, imparato in queste serate al lume della candela. Che si sono emozionati al tramonto alla vista delle mamme stambecco con figlioletti al seguito che si aggiravano attorno al bivacco senza alcun timore. Che mi hanno seguito nell’ultima discesa verso valle, fermandosi spesso a guardare indietro.

E la fine più degna di un ritorno al passato come questo, non poteva che essere il ritorno a Sella Nevea in autostop.
Dalla fine del vallone di Riobianco, sull’asfalto, una lunga teoria di auto, camper, biciclette in carbonio ed elettrificate, due gambe dure di muscoli che dicono che basta, che così è sufficiente, che non hanno più vent’anni, e un pollice che spunta dalla mano, un gesto che mi era automatico nelle decine di migliaia di chilometri percorsi durante le vacanze liceali, quando dopo un mese e mezzo di lavoro per procurarmi i soldi, viaggiavo in lungo e in largo per l’Europa che aveva ancora i confini e le monete diverse, ma nella quale si respirava un sentimento e una voglia di unione e di pace tra tutti noi ragazzi che alla luce del bivacco, alla sera, raccolti attorno al fuoco, con i capelli lungi, i jeans a zampa di elefante, parlavamo un coacervo di lingue, ma ci capivamo sempre, perché la lingua comune erano i sorrisi.
Lo stesso sorriso che ho ritrovato sul viso dell’automobilista sconosciuto che mi ha raccolto sulla sua Mazda cabriolet usata e, nel suo inconfondibile accento di Cave del Predil, mi ha fatto ricordare anche l’anno di naja passato tra questi monti.
Ho appoggiato la testa sul sedile, ho chiuso gli occhi per un momento, respirando sereno. Autostop a sessant’anni. L’ultimo dei Mohicani.