Ma chi era l’ultimo?

In questi giorni, sulle Alpi, è iniziato finalmente a nevicare. Gli sci sono a posto, le lamine affilate e il fondo sciolinato. Le pelli di foca sono asciutte e pulite. Tutto è pronto per la nuova stagione bianca.
Ieri sera, mentre stavo regolando gli attacchi per gli scarponi nuovi, nel silenzio profondo della sera, nel caldo confortante della mia taverna, la mente ha vagato nel tempo ed è approdata ai primi di marzo del 1970, mese nel quale si colloca uno dei dubbi più grandi della mia vita. Un dubbio che non sono mai riuscito a risolvere.

La mia passione per la montagna e poi, quasi di conseguenza, anche per lo sci, deriva forse dalla mia Mamma che, negli anni della mia fanciullezza, con mio padre concentrato fortemente sul lavoro, mi portava a passeggiare per i sentieri alpini o rimaneva a guardarmi infreddolita da bordo pista, mentre scendevo maldestramente per i campetti di Sappada.

A Papà non piaceva. Non aveva mai condiviso le nostre passioni alpine. Lui era più uomo di mare. Oddio, per dire la verità mio padre è sempre stato soprattutto uomo di lavoro. Non ricordo giorno della sua vita in cui non abbia lavorato. Ma potendo scegliere, lui avrebbe scelto sicuramente il mare.
Ed infatti, il mio primo sport giovanile è stato il nuoto, che mio padre mi insegnò da piccolissimo, nel corso delle rare domeniche passate assieme nelle spiagge rocciose della Costiera triestina. Sport che poi mi perseguitò per molti anni, nei trentatré metri della vasca della piscina coperta Bruno Bianchi, che allora si trovava sulle Rive, e non si chiamava ancora Bruno Bianchi perché il forte nuotatore triestino era ancora vivo.
Ma nel mio cuore, già allora, c’era l’alpinismo. L’alpinismo in tutte le sue forme: roccia, neve, ghiaccio. A sette, otto anni seguivo le avventure di Walter Bonatti su Epoca e credo di essere stato uno dei pochi ragazzini che invece di raccogliere Topolino o Tex Willer, raccoglieva gli inserti del settimanale. Li ho ancora adesso, rilegati per bene e conservati in libreria.
Ma ritorniamo a quell’inverno del 1970. Frequentavo la terza media e durante i mesi autunnali, in due pomeriggi settimanali, mia madre, con la sua Autobianchi Bianchina, mi portava a praticare lo sci sulla pista di plastica in via dell’Istria. Si trattava di una discesetta di pochi metri, in un capannone industriale dismesso, nell’area di una scuola professionale.
La struttura era di legno e faesite, con sopra una specie di quadrotti in plastica, con tante piccole punte di qualche millimetro, che simulavano un po’ la resistenza della neve. La tecnologia, sulle piste da sci in plastica, sarebbe arrivata parecchi anni dopo.
Lì, da settembre a fine novembre, venivano ad insegnare alcuni dei maestri della Scuola di sci di Sappada, i mitici Pachner, Piller e qualche Kratter.
Quante grattate e quante sbucciature, su questi surrogati in plastica, sognando il vento pungente sulle guance e lo sguardo sull’immenso paesaggio bianco.
Poi arrivava Natale e, ancora dopo, l’ultimo dell’anno. Giorni da passare rigorosamente in famiglia, mentre il mio amico Alessandro (si sempre quello della O.R.B.A.) era già a Sappada con i suoi genitori, a trascorrere quelle che, per le famiglie medie italiane, rappresentavano le prime vacanze invernali. Un turismo povero, ma felice, fatto di appartamenti riscaldati da stufe fumanti, che faceva sperare in un futuro gioiso, sulla cresta dell’onda di quel boom economico che aveva portato la Fiat 600 in quasi tutte le famiglie italiane. Una 600 con il portasci, ovviamente.
Io, Mamma, e mio fratellino piccolo, andavamo a Sappada il primo dell’anno. Papà ci accompagnava alla corriera, che partiva da piazza Oberdan e, attraverso le valli friulane e carniche, in mezzo a veri e propri muri di neve spalata a mano, ci faceva raggiungere, in serata, la ridente località di vacanza, regno indiscusso dei triestini.
Ricordo la prima volta che scesi da quella corriera blu, che puzzava parecchio di nafta, con i vetri completamente appannati.
Sappada era avvolta dal silenzio della sera, la neve scendeva copiosa e il termometro appeso alla parete esterna del cinema, sul lato opposto della strada dove c’era la fermata delle corriere, segnava -18° C.
Una ragazzina, che a me sembrava tanto bella e tanto grande, visto che avrò avuto otto anni e lei, forse tredici o quattordici, ci venne incontro e aiutò mia madre a portare le valigie. Indossava una divisa nera da cameriera, con un grembiule e la crestina di pizzo bianco, le gambe nude senza calze, e ci accompagnò alla vicina Pensione Pachner, dove mio papà ci aveva prenotato una camera per una settimana.
Papà in quei giorni lavorava, e veniva soltanto a riprenderci per riportarci a casa. Il sei di gennaio, giorno della Befana, con la sua 1100 bianca, risaliva i tornanti delle valli, vantandosi di non aver mai avuto bisogno di usare le catene, e si beveva il suo bel grappino, mentre assisteva alla gara di slalom di fine corso, nella quale eravamo impegnati io e mio fratello, in uno spazzaneve agghiacciante che più spazzaneve non si può.
Ma ho ancora deviato dalla storia centrale.
Eccoci allora all’inverno del 1970. Alla Guido Brunner, la scuola che io e Alessandro frequentavamo, un avviamento professionale riconvertito dopo la riforma in una pomposa Scuola Media, era arrivato il nuovo Preside. Io non lo so, ma ci giurerei che Alessandro si ricorda il suo nome. Bene, questo Preside era ben convinto che lo studio dovesse coniugarsi assieme allo sport per poter formare i difficili ragazzi delle periferie. E così alla Guido Brunner c’erano squadre di pallacanestro, di pallavolo, e anche una squadra di sci.

Le Frecce Rosse. Questo era il nostro nome. Si, nostro perché io e Alessandro ne facevamo parte. Credo fossero in tutto una ventina i ragazzi che sapevano sciare nella scuola, e la squadra era composta da sei effettivi e due riserve. Non c’erano sponsor. Credo che allora nessuno nemmeno sapesse che cosa fosse uno sponsor. E, quindi, non avevamo divise. Niente sponsor, niente divise. Avevamo però un cappellino, bianco, con un bel pon-pon e, per l’appunto, una bella freccia rossa che puntava verso l’alto.
Per poter indossare quel cappellino credo che saremmo stati disposti ad uccidere. Era un simbolo. Nella scuola, chi indossava il cappellino, era guardato con invidia dai maschi e con cupidigia dalle femmine (o perlomeno questo credevamo noi).

Per poter indossare il cappellino bisognava classificarsi tra i primi sei, o almeno tra i primi otto, nella gara interna della scuola. Credo che io arrivai settimo, entrando tra le riserve e con nessuna speranza di poter partecipare alle gare provinciali. Pazienza, il cappellino con la freccia era comunque mio. Ma pochi giorni prima del grande evento, la due giorni a Forni di Sopra, durante i quali si sarebbe svolta la gara di slalom gigante, alla quale avrebbe partecipato la meglio gioventù sciatrice di Trieste, il numero tre della nostra squadra diede forfait a causa di una brutta influenza.
Mi ricorderò sempre quella mattina, in cui il Preside mi convocò nel suo ufficio. Per tutto il corridoio, accompagnato dal bidello che era venuto a prelevarmi in classe, nella mia mente cercavo una scusa per difendermi da una qualunque delle accuse che mi avrebbe potuto contestare il Preside. Ne avevo tante per la testa, ma non capivo come il Preside potesse esserne a conoscenza. Invece con un sorriso nervoso, mi comunicò che avrei dovuto difendere i colori della scuola sulla pista di Cimacuta, che la storia e l’onore della Guido Brunner erano anche nelle mie mani.
Mi ricordo anche che, senza troppa fiducia, mi chiese se forse mio padre avrebbe potuto comperarmi un paio di sci più decenti, o almeno avesse fatto portare i miei a regolare gli attacchi Cober (si lo so, la Cober non produce più attacchi da sci, e ci sarà un motivo 😀 ).

Andai a casa felice quel giorno, ma non mi sognai neppure di chiedere a papà, che già lavorava tantissimo, di acquistarmi un paio di sci come quelli che possedevano alcuni degli altri ragazzi della squadra. Io ero innamorato degli Espada della Lamborghini, con gli attacchi Marker, ma era un sogno destinato a rimanere nel cassetto. Ero già contento che mi lasciasse partecipare e che si facesse carico della notte in albergo a Forni. Come dicevo prima, niente sponsor, niente divise e, quindi, niente albergo pagato. La scuola metteva il pullman, il vitto e lo skipass, ma l’alloggio era a carico delle famiglie.
Quando sbarcammo dal pullman a Forni di Sopra, ci prese in carico un maestro-allenatore che ci portò subito a provare la pista e, come spesso mi accadeva, durante due curve un po’ più strette, l’attacco si sganciò. Il maestro allenatore mi disse che la molla era troppo scarica e che, nonostante io pesassi praticamente meno di niente, ad ogni sforzo un po’ più elevato sarebbe sempre scattata la sicurezza e l’attacco si sarebbe aperto. Mi consigliava di stringere bene una vite, una volta rientrato in albergo.
Quella sera, nel deposito sci della pensione in cui eravamo alloggiati cercai un cacciavite e mi misi ad armeggiare con i miei attacchi, stringendo, o credendo di stringere la vite. In realtà, la vite lavorava al contrario, per cui ogni giro che diedi, ridussi il potere di carico dell’attacco. Me ne andai a letto, erroneamente soddisfatto del lavoro fatto e, nelle poche ore che riuscii a dormire, agitato per l’evento del giorno dopo, pensai molto allo striscione del traguardo e, lo devo ammettere, sognai anche il podio.

Non ricordo quale fosse il mio numero di pettorale, so solo che era altissimo. Oggi si direbbe che la Guido Brunner non aveva certo una buona posizione di ranking. Inoltre io ero il sesto elemento della squadra, per cui partivo, non proprio ultimo, ma tra gli ultimi.

La manche era ovviamente unica, con centinaia di ragazzini multicolori, attorniati da solerti genitori che si davano da fare per sciolinare i legni ricurvi dei propri pargoli e a rifilare le lamine ogni volta che l’erede completava un nuovo giro di ricognizione.
Io percorsi lentamente la pista diverse volte, cercando di memorizzare il percorso, ma ad ogni nuova discesa, parecchie porte sembravano essersi spostate. La mia tensione era al massimo.
Quando mi trovai sul cancelletto di partenza, e l’uomo con la radio che dava il via (e il suo corrispettivo a valle faceva in quel momento partire il cronometro) mi avvisò che mancavano dieci secondi, le mani erano impregnate di sudore e i guanti erano zuppi e scivolavano sull’impugnatura dei bastoncini.
Cinque, quattro, tre, due, uno … via !!!

Un colpo di reni, una spinta sui bastoni ed ecco che i miei sci volano verso la prima porta, posizionata molto stretta, a pochi metri dal cancelletto di partenza. Una curva secca da sinistra verso destra in quello che ormai non appare più come un tracciato di sci, ma assomiglia molto ad una pista di bob. Un lungo solco profondo che ha già ospitato diverse centinaia di altre tavole sciolinate. Flessione, distensione, rotazione del bacino … blam !!! Mi ritrovo senza quasi accorgermi con la faccia nella neve. L’attacco destro si è aperto di colpo e con l’inerzia della progressione il mio corpo è andato in iper-rotazione e ha finito la sua corsa centrifuga con la faccia affondata nella neve. D’istinto mi alzo, guardo lo sci destro staccato dal mio scarpone, ma agganciato alla gamba con il lacciuolo (eh, si, mica esistevano gli ski-stopper). Preso dal nervoso inizio a piangere e nel velo di lacrime vedo lo sguardo indifferente dell’uomo con la ricetrasmittente, che sta aspettando soltanto che passi il minuto per far partire quello dopo di me. Cerco di pulire la neve che ha formato uno zoccolo sotto alla suola del mio scarpone. Mi ricordo solo che piango e che calde lacrime colano sulle mie guance gelate, in uno stranissimo contrasto termico. Riesco non so come a riattaccare lo sci e a ripartire. Ormai la gara è compromessa, ma devo arrivare in fondo, devo passare lo striscione del traguardo. Conscio che i mei attacchi sono molto più leggeri di ieri, cerco di prendere le curve alla larga, ma a metà della pista, su una placca di ghiaccio scivolo, perdo aderenza e, per evitare di perdere nuovamente lo sci, mi lascio andare e salto la porta. E’ la fine. Nella mia mente è la fine. I nervi cedono, le lacrime escono ancora più copiose dai miei occhi e accetto la sconfitta. Sto già portandomi a bordo pista quando il guardaporta mi incomincia a gridare di tutto. Le sue parole sono rimaste tatuate nel mio cervello “cosa fai? ti ritiri così? Non è così che si combatte ! Non puoi arrenderti per un decimo di secondo che avrai perso !!!”. Lui non sa che io sono caduto alla prima porta e che ho perso almeno mezzo minuto per rimettere lo sci e ripartire. Ma tant’è. Guardo quell’uomo che mi sta spronando e ridando speranza. Quindi a scaletta risalgo il paio di metri che mi separano dalla porta, la passo e riparto verso il basso. Della gara non ricordo altro, so solo che la mia professoressa di ginnastica mi ha abbracciato subito dopo l’arrivo e mi ha messo in mano una tazza di tea bollente.

Ero il terzo della mia squadra, uno dei tre soli che quel giorno arrivarono al traguardo. Gli altri si erano ritirati per cadute o salti porta. Altri ragazzi di altre scuole ben più blasonate della nostra, discutevano chiassosi, aspettando la pubblicazione della classifica.
Quando una buona ora dopo la fine della mia gara vennero esposti i risultati, me ne andai anch’io a controllare la mia posizione di arrivo, conscio di vedere il mio nome in coda a tutti quelli dei concorrenti non ritirati. Ma con mia somma meraviglia il mio nome compariva nella penultima riga, quella contrassegnata dal numero 47. Ma c’era un altro nome sotto, nella riga 48, che segnava la fine dei classificati.
Di quella gara non credo sia rimasta storia. Una delle tantissime gare scolastiche provinciali, una di quelle gare che solo i ragazzi che ne hanno indossato il pettorale, ricordano. Non so chi vinse, non so da chi era composto il podio. Ma non so nemmeno come si chiamava quel 48° classificato. Quel ragazzo che era arrivato al traguardo con una decina di secondi in più di quelli che avevo fatto segnare io sul cronometro. Il primo classificato aveva chiuso, questo me lo ricordo, in meno di un minuto. Io ci avevo messo tre minuti e mezzo. Ma da quel giorno mi è rimasto il dubbio di come fosse stata la gara del 48°. Cosa poteva aver fatto di peggio di quello che avevo fatto io. E’ proprio vero, nella vita non puoi guardare sempre e solo ai tuoi guai, per quanto la sorte sia severa con te, lo sarà sempre di più con qualcun altro.