Pausa pranzo

Ieri ero seduto ad un piccolo tavolo di ristorante, uno di quei luoghi non-luoghi, in cui ci si ferma per una pausa, attorniati da agenti di commercio scamiciati e manutentori con gli scarponcini antinfortunistici ai piedi e il giubbino arancione ad alta visibilità ancora indossato. Un posto dove paghi un prezzo fisso di dieci euro e puoi mangiare al buffet quello che ti pare. Cose che sembrano sempre diverse, ma che alla fine sono sempre la stessa cosa.
E allora, invece di guardare la bottiglietta d’acqua naturale che il cameriere ti ha messo davanti, o il piatto di vitello tonnato, che ha un aspetto triste e depresso, preferisci guardarti attorno a cogliere immagini del mondo che ti ruota attorno.
E, proprio al tavolo accanto al tuo, c’è una strana coppia, una coppia che, te ne accorgi soltanto adesso, un po’ tutti stanno spiando di sottecchi e i manutentori, con i pantaloni macchiati di ruggine dei tombini, la stanno commentando.
Un cinquantenne abbronzato, ma forse con qualche anno di più, vestito di quel casual che è tutto meno che casuale, con il foulard di tinte pastello, perfettamente in tono con il maglione di cashmere griffato, seduto assieme ad una bella ragazza venticinquenne, sportiva, luminosa, che lo guarda estasiata, mentre lui parla, parla, dei suoi successi di lavoro. Oddio, non che mi sia messo ad ascoltare, ma era impossibile non sentire.
Lei un po’ nervosa con lo smartphone nella mano sinistra, lui che ogni tanto, timidamente, quella mano accarezza.
Una strana coppia, con troppi anni di distanza, una coppia che la gente comune fa ancora difficoltà ad accettare, anche se ormai il nostro mondo ci sta abituando a tutto.
Ma nell’attimo stesso in cui bevo un sorso d’acqua troppo fredda, per buttare giù l’ultima oliva ascolana, trilla veloce il cellulare della ragazza. Un trillo breve di quelli che annunciano un whatsapp e illuminano lo schermo. Lei che guarda, lui che s’indigna e le dice di smetterla con un tono di voce forse un po’ troppo elevato. E lei che risponde con una parola che mi fa chiudere gli occhi, appoggiare la nuca contro la parete dietro di me, con i lombi appoggiati alla finta pelle del divanetto, a ricordarmi qualcosa di accaduto quasi trent’anni fa …

Risalivo a passi lenti questo sentiero tra faggi e larici, in mezzo a felci odorose e cespugli di mirtilli.Sulle foglie secche le scarpette da ginnastica, ormai stanche di vivere, facevano fatica per non scivolare su questo terreno inzuppato dall’acqua caduta negli ultimi giorni. Le cortecce umide impregnavano l’aria di nuovi profumi, su questa montagna che non avevo mai salito prima d’ora.
Mi fermai un attimo, guardai Nicole, i suoi stupendi occhi azzurri brillarono incontrando il mio sguardo.
– Non sarai mica già stanca? –
La mano di Nicole strinse la mia. Le sue dita fini e fragili s’intrecciarono con le mie. Nicole mi regalò un sorriso. La baciai sulla guancia e ripresi a salire.
– Cavolo com’è duro riprendere. Appena un anno e già questo sentiero mi impegna come una via estrema –
Era passato un anno dall’ultima volta che ero stato ad arrampicare in montagna. Un periodo di tempo in cui era successo di tutto, una stagione imprevedibile che non mi sarei mai sognato di vivere. Una serie di eventi che soltanto due anni prima non avrei mai immaginato sarebbero potuti accadere.
Mi ero sposato a settembre, e la montagna da allora l’avevo lasciata del tutto.
Tutto il mio tempo era dedicato al nuovo lavoro e alla nuova famiglia, e neppure un attimo era impegnato per quello che per una lunga parte della mia vita era stata la mia vita stessa. L’alpinismo.
Quando si fa qualcosa, o la si fa al meglio, o la si lascia perdere, la si lascia fare agli altri.
E per l’alpinismo in quell’ultimo anno di spazio proprio non c’ era stato.
Mi ero sposato con Mara perché ne ero innamorato. In lei avevo trovato, dopo tanti anni e tante ricerche, la compagna giusta, quella che mi aveva fatto capire che forse anche una vita normale era degna di essere vissuta, che non è necessario metterla continuamente in gioco per capire quanto preziosa sia, come avevo fatto per troppo tempo.
Ed ora eccomi di nuovo qui. Nuovamente innamorato di un’altra donna. Una donna che mi stava seguendo su quel sentiero, che si stringeva a me, che si appoggiava al mio petto.
Una donna che non aveva mai visto prima la montagna. Che forse ancora non poteva capirla.
Poteva piacerle il suo colore, il suo odore.
Poteva guardarla, ammirarla. Ma non poteva né capirla, né amarla.
Per Nicole era la prima volta. La prima salita ad un rifugio.
Per me chissà, non ero in grado di ricordarlo.
Per me il rifugio, da più di quindici anni, era stato il punto di partenza, non certo quello di arrivo.
Quindici anni trascorsi a percorrere le creste ed i canali delle montagne del mondo, a salirne le pareti e gli spigoli, a intrufolarsi alla ricerca di chissà che cosa, nelle rughe più nascoste di questi giganti pietrificati.
Ed eccomi adesso qui, a sbuffare come non mai, per accompagnare questo nuovo amore a conoscere questo spazio di mondo che per me un tempo era tutto e per lei non significa ancora nulla.
Guardai Nicole di sottecchi, ma lei non mi vide, intenta com’era ad osservare attorno questa giostra di colori, che forse incominciava già a piacerle.
Che cosa è la speranza? E’ forse l’ansia che chi tu ami, ami le stesse cose che ami tu.
E forse questa salita farà capire tante cose a Nicole, le farà capire la bellezza di questa natura, le farà capire la magia di questi luoghi, le farà capire quanto io ami queste pareti, quanto io ami lei.
Non vedevo l’ora di poter abbracciare Nicole quella sera nel letto giù in valle. Di giocare con i suoi capelli biondi, di baciare il suo nasino perfetto.
Desideravo che lei si addormentasse tra le mie braccia, con la testa appoggiata alla mia spalla.
Avevo voglia di accarezzarla, di stringerla, di farle capire quanto avessi bisogno di lei e del suo amore.
Il sudore grondava dalle mie sopracciglie, s’incanalava nel solco degli occhi e scendeva a rivoli ai lati del naso.
Ero stanco, ero molto stanco, non ero allenato, ed ero veramente stanco.
Per Nicole, invece, era come se la salita non esistesse, lei imperterrita si guardava in giro, tranquilla, controllava tutto quello che accadeva attorno a noi, era concentrata sull’ambiente, sul bosco, sulle foglie, su questo verde che piano piano si stava diradando e diventava radura. S’inaspriva per diventare sasso.
Bianco calcare dolomitico illuminato dal sole.
Di quel sole che mi faceva capire quanto debole e piccolo sono al suo confronto.
Bevetti un po’ d’acqua per mitigare la sete e ne diedi un po’ anche a Nicole.
In quel preciso momento pensai a Mara, chissà dov’era in quel momento, mentre io ero lì a vivere questi momenti romantici di complicità, a darci il nostro amore in questo luogo lontano dalle nebbie della valle.
Anche con Mara era iniziato così.
Un amore clandestino sbocciato tra le quinte di roccia di una palestra sui Colli Euganei. Solo che lei la montagna la conosceva già.
Per Nicole invece era un’esperienza nuova. Un turbine di sensazioni mai provate che s’intrecciavano con questo nuovo amore.
Ma intanto eravamo arrivati al rifugio, non saremmo rimasti lì per molto, le nubi si stavano addensando e sembrava dovesse arrivare un acquazzone da un momento all’altro, e noi, quella sera, volevano essere al caldo giù in valle, avevamo ancora tante cose da fare assieme.
Mi accorsi che gli uomini del rifugio stavano guardando Nicole, qualcuno si azzardava a farle dei complimenti.
– Certo è proprio bella – pensai – Bionde e con gli occhi azzurri così non se ne vedono mica tante in giro –
E mi prese una forte gelosia, lei che sorrideva agli altri uomini e io che mi rodevo dentro.
– Ma come – pensavo – ti ho portata io qui e tu neanche mi guardi –
La mano di Nicole si distese ad accarezzarmi la barba, mi sorrise e si appoggiò alla mia spalla.
– Lo so Nicole, lo so che mi vuoi bene, ma lo sai che chi è innamorato, ma innamorato veramente, è sempre geloso. E io sono geloso di te, e dei tuoi occhioni, e delle tue mani, e del tuo sorriso –
Il Sorapiss si fece rosa. Le nubi come per incanto si erano diradate, il pericolo della pioggia era scongiurato, ma era giunta comunque l’ora di scendere, di ritornare a passi svelti nella valle.
Nicole era serena, felice. Scendendo mi sorrideva, la sua mano prese il dito medio della mia, lo strinse forte, se lo portò alla bocca per uno strano bacio.
Sorrideva felice, ma si vedeva che era stanca, era stata una salita bellissima, chissà se ce ne sarebbero state ancora altre così.
Ma intanto il sole stava calando veloce, e in mezzo al bosco quasi correvamo per non farci sorprendere dal buio.
Ad un tratto la vidi.
Mara era ferma sul sentiero, lo sguardo fisso su di me.
Sembrava furibonda.
Istintivamente rallentai il passo, il mio cuore continuava a pulsare forte, mi fermai davanti a lei.
Lei guardò Nicole.
E Nicole si sciolse in un sorriso.
La tolsi dal marsupio e la diedi in braccio a Mara.
– Ma vi sembrano queste le ore di tornare? Cristo, Rudi, ma dove hai la testa, la bambina ha soltanto cinque mesi –
Nicole mi sorrise, appoggiò la testolina bionda sulla spalla della mamma, ficcò il pollice in bocca e chiuse gli occhi.
Io presi Mara per mano e scendemmo in paese.
L’ultimo sole dipingeva di oro le creste del Sorapiss.

* * *

–  ma Papà, era un messaggio di lavoro, era importante –
riapro gli occhi dopo un attimo infinito e cercando di non farmi notare, asciugo quella lacrima di commozione che mi scende dal lato dell’occhio destro.
I manutentori son tornati a parlare dell’Udinese che, porca vacca, quest’anno perde una partita dietro l’altra, l’agente di commercio solleva la sua valigetta e si avvicina alla cassa per pagare, e tutto il mondo sembra ripartire con il suo noioso movimento quotidiano. Ma qualcosa è tornato al suo posto, l’aria sembra più fresca e si sente che Natale sta arrivando.