Tiziana Weiss su Wikipedia

Quando ero un ragazzino che iniziava a muovere i primi passi sulla roccia calcarea della palestra di Doberdò del Lago, la Bora portava anche a noi, alpinisti provinciali, le notizie di quanto accadeva in quello che consideravamo l’empireo, almeno regionale, dell’arrampicata: la Val Rosandra.
Noi goriziani abbiamo sempre vissuto un po’ la sudditanza psicologica con i cugini triestini. Razza particolare che non ha eguali nel mondo.
Una città schiacciata, come recitava Umberto Saba “tra i monti rocciosi e il mare luminoso”. Una città non grande, ma che ha dato negli anni, grandissimi nomi all’alpinismo mondiale. Basterebbe pensare a Emilio Comici o a Enzo Cozzolino.
Io, in particolare, che da quella città arrivavo, dove avevo vissuto da “furlan” fino all’età di tredici anni, sentivo un forte sentimento controverso di amore/odio che ancora oggi non è sopito.
Eh si, qui ci vuole una spiegazione per il lettore che non è di queste parti e non riesce a capire perché i triestini si offendono quando, per parlare delle nostre terre, molti giornalisti si fermano a “Friuli”, che è solo la prima parola di quel Friuli-Venezia-Giulia che è il nome completo della nostra Regione.
Friulani, Veneziani (Bisiachi), Giuliani … non sono una faccia una razza, ma sono l’espressione vivente di tre popoli diversi, con storia, cultura, tradizioni e, diciamolo, anche lingua diversa, pur vivendo in un piccolissimo fazzoletto di terra che in pochi chilometri porta dalle spiagge dorate, o dalle scogliere rocciose, protese sul Mare Adriatico, alle alte montagne di luminoso calcare, attraverso campi coltivati e colline solari sulle quali si distendono vigneti a perdita d’occhio. Un piccolo mondo dove puoi fare colazione in riva al tiepido golfo di Trieste, e poco più di un’ora dopo salire con le pelli di foca i pendii innevati delle Alpi Giulie o Carniche.
Un giorno parlavo con un mio amico americano che mi diceva che anche lui ci mette poche ore sia per andare al mare, che per andare a sciare. Ma lui intendeva ore di aereo.
Ma come sempre mi sto perdendo nelle mie storie.
Ritorniamo al punto di partenza.
Negli anni ’70 la contestazione giovanile imperversava un po’ ovunque nel mondo. Ragazzi con i capelli lunghi sulle spalle e ridicoli jeans a zampa di elefante, sfilavano per i viali delle grandi città gridando slogan progressisti contro l’imperialismo e fumavano spinelli parlando di amore libero. Parlando, soprattutto parlando, perché, da quanto mi ricordo, in realtà, non è che lo si praticasse molto 😀
Bene, in quegli anni, io e altri come me, combattevamo la nostra battaglia personale contro un’adolescenza che non voleva lasciarci crescere, grattandoci le nocche delle dita sul ruvido calcare delle rocce che strapiombano sopra al silenzioso e solitario Lago di Doberdò.
In un panorama da fiaba nordica, con le nebbie che salivano dalle acque limacciose dello specchio del lago e lo sguardo che si distendeva verso la città dei cantieri per concludere la sua corsa alla linea azzurra del Golfo, cercavamo passaggi sempre più difficili, sempre più ostici, aggrappandoci con i nostri giovani polpastrelli alle ridicole rughe che la roccia ci offriva.
Arrampicavamo e ascoltavamo storie. Arrampicavamo e narravamo storie.
Storie vissute o storie ascoltate e tramandate. Raccontate quando arrivava il buio, raccolti attorno al caldo della stufa di Casa Cadorna.
Una di queste storie narrava di una fanciulla a cui si sciolse un nodo, che per fatalità si chiama nodo dell’amore, e all’amore dei suoi giovani anni, venne rapita dal vuoto e consegnata al mito.
Di Tiziana Weiss la giovane meteora dell’alpinismo triestino di quegli anni, finora se ne parlava soltanto tra di noi. Tra gli iniziati dal fuoco della verticale. Tra i drogati della vertigine e del vuoto. Un ricordo destinato piano piano a spegnersi in mezzo all’indifferenza di chi quelle passioni non ha mai vissuto.
Ma poi un giorno di qualche mese fa, sulla bacheca del social network più usato nel mondo, una donna che vive nella baia delle ostriche, lanciò un appello a cui non si poteva non rispondere.

riccarda-de-eccher-0016

Riccarda de Eccher in montagna

flavioghio-0003

Flavio Ghio, nemmeno diciottenne

Riccarda de Eccher, storica alpinista udinese, sua compagna di cordata, e di molti altri arrampicatori triestini, aveva cercato di aprire una voce su Wikipedia su Tiziana, inizialmente rifiutata dai rigidi censori dell’enciclopedia libera, meno libera, del mondo.
Purtroppo il mondo è difficile. Troppo spesso crediamo che la molta tecnologia a nostra disposizione sia la chiave per aprire le porte per il futuro, ma non sempre è così facile usare quella chiave. Molto spesso giocare nel mondo virtuale ti porta in una dimensione labirintica che non ha uguali nella vita reale.
Ne nacque una sfida. Mi misi in contatto con Riccarda, che conoscevo a distanza dai tempi dei monti, e proposi di darle una mano. Questo mi permise di conoscere anche Flavio Ghio, che era con Riccarda partner del progetto.
Si, proprio quel Flavio Ghio, salitore primo della via dei Fachiri, che rimane per me un mito vivente di quell’alpinismo scanzonato che ha rivoluzionato negli anni ’70 il modo di arrampicare. In quegli anni venne tracciata una linea netta di demarcazione. Ma forse non è tanto corretto parlare di una linea di demarcazione, perché quell’alpinismo è stato unico ed irripetibile, completamente diverso da quello precedente, eroico, di conquista, ma anche completamente diverso da quello troppo mediatico di oggi.
Sarà forse perché l’ho vissuto in prima persona, ma l’alpinismo degli anni ’70 e ’80, è stato come la musica di quegli anni, qualcosa di immortale.
Fatto sta che dopo tanti messaggi, tanti scambi di informazioni e di foto, tante serate passate alla tastiera a confrontarsi via messenger tra di noi e via chat di Wikipedia, con ostici censori dall’altra parte dello schermo, oggi la pagina è stata definitivamente approvata e, quindi, esiste.
Esiste in memoria di quella ragazza solare che un giorno salì sulla cima della Pala del Rifugio e non ne volle più scendere. Esiste grazie alla volontà di Riccarda e di Flavio, due amici che non hanno potuto e voluto dimenticarla.
Mi spiace non aver avuto mai l’occasione di legarmi alla corda di ciascuno di essi, ma felice di aver potuto vivere assieme questa bella avventura.

Visitate la pagina Wikipedia su Tiziana Weiss cliccando qui