E quando mi ricapitava?

Il mio obiettivo stagionale, quest’anno, era il Triathlon Olimpico di Grado, del 2 settembre. Una gara sofferta, non tanto per la difficoltà che, non avendo mai gareggiato su distanza olimpica, potevo soltanto immaginare, quanto perché, negli ultimi due anni, da quando avevo deciso di cimentarmi in quell’evento, non me ne era andata dritta una.
Prima l’incidente in bicicletta occorsomi nel maggio del 2015 che mi aveva fatto perdere tutta la stagione, poi i vari problemi ai denti e ai nei dello scorso anno.

A questo si sommava la mia innata idiosincrasia per le temperature estive, che mi impediscono quasi di allenarmi, almeno per quanto riguarda la corsa.

Ma di questa gara ho già parlato nel post del 4 settembre, quindi vediamo di concentrarci, invece, sui Campionati Italiani individuali di Triathlon Sprint, che si sono tenuti a Lignano il 30 settembre scorso.

Per poter partecipare ad un Campionato Italiano è necessario avere il numero di rank, ovvero è necessario aver partecipato e concluso almeno due gare sulla stessa distanza, in questo caso lo Sprint, nella stessa stagione. Non tutte le gare che vengono organizzate sono accreditate dalla Fitri, la Federazione Italiana Triathlon, e quindi non è detto che sia facile, per uno come me che non dedica certo tutte le domeniche a gareggiare, a possederlo.

Quest’anno, grazie alla gara di Lignano di aprile e a quella di Caorle di maggio, il mio bel numerino ce l’avevo e, quindi, possedevo i requisiti per poter iscrivermi.
Inoltre, i Campionati, di solito, vengono organizzati in luoghi ameni abbastanza distanti dal profondo Nordest in cui abito io. Pertanto, visti questi due fattori, sommati al fatto che non ero ancora completamente in scarico stagionale, mi sono detto: “E quando mi ricapita di poter arrivare ultimo ai Campionati italiani?”.

Ecco, questa è stata la motivazione principale, che mi ha fatto allungare di un altro mese la preparazione, nonostante che, dopo aver attraversato l’arco dell’arrivo del Parco delle Rose di Grado, il mio livello di carica emotiva era praticamente a zero.

Il Campionato, però, è stato un’esperienza bellissima, con migliaia di atleti arrivati da tutta l’Italia. Persone venute a Lignano appositamente per vincere o, almeno, per salire sul podio, altre, esattamente come me, soltanto per stare per qualche ora con se stessi a verificare se il corpo e la mente riuscivano ancora una volta a provare soddisfazione nella propria fatica.

Nella due giorni di gare, complessivamente sono stati oltre tremila le donne e gli uomini che hanno nuotato nel Mare Adriatico, pedalato e corso nella pineta per giungere al traguardo in un tempo che, per i più veloci è stato di 53 minuti, mentre per gli ultimi due arrivati ha superato abbondantemente le due ore, ma da considerare che facevano parte delle Categorie M7 e M8, ossia di età compresa, rispettivamente tra 70 e 75 anni l’M7 e oltre 75 l’M8. A dimostrazione che il triathlon è uno sport per “giovani dentro”.

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Io anche stavolta, non sono riuscito ad arrivare ultimo, perché, anche se te lo dici, poi, quando sei lì, cerchi comunque di dare il meglio di te stesso, di tirare fuori tutto il fieno che hai messo in cascina con le moltissime ore di nuoto in piscina, di bicicletta sulle salite del Collio e di corsa sui sentieri dei campi dietro casa.

Un’esperienza importante che, ancora una volta, mi ha insegnato qualcosa di nuovo. L’esperienza non si finisce mai di farla in questa vita. A poche centinaia di metri dal traguardo procedevo alla mia velocità di crociera quando sono stato lentamente affiancato da un altro corridore, in affanno quanto me. Ci siamo guardati e, nel suo sguardo, ho visto una persona più giovane di me, non certo della mia categoria. Lui, invece, deve aver guardato il mio numero di pettorale, numero che di solito viene assegnato non solo in base al ranking, ma anche in riferimento alla Categoria di appartenenza.
Avrei potuto accelerare, giuro, ma l’ho lasciato andare lentamente lentamente davanti a me, per potermi godere l’arrivo in solitaria. Bene, anzi male, perché quel tipo è arrivato davanti a me per una manciata di secondi ed era della mia stessa categoria. Mai fidarsi di due occhi giovanili che sembrano dirti: “lasciami andare, che tanto per te è uguale”.