Non vivere per lavorare

“Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”, si dice che questa frase l’abbia detta Confucio. Non lo so, mi sembra abbastanza improbabile, ma non è questo il punto. Il punto è che si tratta di una bella frase sulla quale tutti dovrebbero meditare.
Dovremmo meditare perché, se da un lato, fare un lavoro che non ci piace porta ad inevitabili frustrazioni e alla ricerca di attività compensative extralavorative, troppo spesso, per molte persone un lavoro stimolante, nel quale si trova soddisfazione personale ed economica, rischia di divenire totalizzante, togliendo altre importanti esperienze nella vita dell’individuo.

I lavori belli, le professioni stimolanti, sono adrenalinici. Spesso ho sentito miei clienti affermare che per loro il lavoro era una droga. Ed è vero. Essere soddisfatti del proprio lavoro fa liberare serotonina, il cosiddetto ormone del buonumore, un neurotrasmettitore che ci fa sentire bene, e questo ci porta a pensare che ogni momento dedicato al lavoro sia un investimento che porterà una vita migliore.

Dalle ricerche fatte, però risulta che una delle frasi che ricorrono più spesso nelle persone che stanno per morire, soprattutto da chi ha speso l’intera vita al lavoro, anche con grande successo, sia il rimpianto di avere dedicato poco tempo alle relazioni con le persone amate, o non avere realizzato certi sogni perché ritenuti meno primari del lavoro e della carriera.

La nostra vita è un grafico, fatto di tante dimensioni. In ascissa ci sono, oltre al lavoro, la famiglia, gli amici, lo sport, gli hobbies, i viaggi, i libri, il cinema, il teatro, le altre attività necessarie a sopravvivere, come caricare la lavatrice o falciare l’erba del giardino. In ordinata abbiamo il tempo. Il bene più prezioso dell’uomo, finito, non espandibile.
Quindi, anche se lo amiamo, cerchiamo di capire perché dedicare troppo tempo al lavoro non va bene. Le risposte sono due, la prima riguarda la felicità, la seconda l’efficacia del lavoro stesso.

La ricerca della felicità dovrebbe essere l’unico vero obiettivo per un essere vivente, anche se sappiamo che raramente si riesce ad ottenerla. La felicità è in relazione ai rapporti umani che riusciamo a crearci e conservare nel corso della nostra vita, quelle vere relazioni che ci permettono di non vestire una maschera, ma che ci permettano di essere noi stessi, di essere quello che vogliamo essere.
Mantenere costanti relazioni umane richiede tempo, dedizione, attenzione, empatia, ma ci ripagano con gli stimoli costanti di un confronto e con la certezza di poter veramente sempre contare su qualcuno.

Ogni lavoro presenta la necessità di prendere decisioni e affinché le decisioni siano corrette, è necessario prima di tutto essere lucidi, ma poi, oltre alla competenza specifica, la differenza viene fatta dalla creatività, dalla conoscenza multidisciplinare, dal raffronto con altre persone, altre culture.
Le caratteristiche necessarie ad avere successo nelle proprie decisioni è proprio la capacità di saper esplorare nuovi territori e soltanto una frequentazione di attività multidisciplinari, rappresentate dagli sport, dalla cultura, ma anche dagli hobbies, ossia dalla pratica di attività che sono lontane dalla nostra professione, ma che ci possono portare nuovi stimoli e nuove idee.
Una corsa nella natura, una salita in montagna, ad esempio, permettono di liberare la mente e di vedere i problemi sotto un profilo diverso, di trovare soluzioni inaspettate. Moltissime idee vengono da attività all’aria aperta, la creatività viene facilitata dai moltissimi stimoli sensoriali.

Attività come viaggiare, che ci mette in contatto con la diversità, con nuove culture, con diversi punti di vista, oppure l’attività come la lettura di tanti libri, ci fa scoprire nuovi punti di vista, che ci permettono di aprire la nostra mente e sperimentare nuovi percorsi esistenziali che avranno un positivo impatto anche sulla nostra vita lavorativa.

Come gli schemi motori, che mano a mano che impariamo ci permettono di impegnarci in attività diverse (come il  bambino che impara a camminare, a legarsi le scarpe, o un funambolo che impara a stare in equilibrio su una corda) anche gli schemi cerebrali si imparano e si evolvono, aumentando le nostre capacità creative, le nostre abilità mentali, necessarie a risolvere problemi complessi.

Per questi motivi abbiamo il bisogno di dedicarci anche ad altro che non sia soltanto la nostra attività lavorativa, che ci porterebbe a ragionare in modo monocorde, a fossilizzare il nostro pensiero. Altrimenti diventeremmo come un treno, che corre sempre sullo stesso binario e, per quanto possa correre, arriverà sempre nello stesso posto, ripercorrendo sempre il medesimo percorso. Invece dobbiamo cercare di assomigliare ad una motocicletta, che di volta in volta ci permette di piegare in modo diverso e affrontare le curve della vita in maniera sempre più efficiente.

Per cui, credetemi, lavorare troppo non è certo un comportamento da perseguire, è necessario invece imparare a lavorare bene, dedicando una gran parte del tempo ad altro. Alle persone, agli affetti, allo sport, alla cultura. Vedrete che in questo modo ne gioverà la vostra vita e, alla fine, anche la vostra carriera.