A piedi nudi nel parco

Negli ultimi anni, nel mondo dei runner è molto attivo il movimento del Natural Running.
Tutto è iniziato, come spesso succede, con la pubblicazione di un libro, divenuto poi un best seller, “Born to run”, che non centra nulla con il successo di Bruce Springsteen, scritto da Christopher McDougall un runner americano che, sulla base di osservazioni su una tribù indiana del Messico, ha rilanciato il concetto che l’uomo è nato per correre e che gli infortuni sono principalmente causati dalle scarpe da corsa troppo ammortizzate, che non permettono al piede di interpretare liberamente la strada.

Questa tecnica di corsa naturale, altrimenti conosciuta con il solito anglicismo barefoot, si basa sull’appoggio dell’avampiede evitando di scaricare il peso del corpo sul tallone, proprio per cercare di evitare lo shock dell’impatto che, senza la protezione della scarpa ammortizzata, viene trasmesso alla caviglia, al ginocchio e all’anca.

Come spesso accade, questa filosofia di corsa si è trasformata in pura moda, grazie alle molte calzature barefoot che sono state prontamente messe a disposizione degli adepti della setta, dalle principali aziende produttrici di scarpe sportive. Si, perché nel XXI secolo per correre a piedi scalzi abbiamo bisogno di scarpe adeguate 😀

Si lo so che sembra assurdo, ma è così. Le calzature barefoot permettono di vivere un’esperienza di corsa più libera, un movimento del piede più naturale senza però rinunciare alla protezione del piede stesso.

Ma quello che conta, è il modo di correre, e non è poi così semplice acquisire una tecnica molto diversa da quella che si era usata per molti anni.
Gli adepti della setta la chiamano “transizione”, che è in pratica un percorso iniziatico per chi vuole approcciarsi al barefoot running. Si tratta di un percorso lungo, lento e molto delicato, attraverso il quale si deve imparare ad appoggiare il piede per terra in maniera naturale e in un modo che non vada a sollecitare le articolazioni, i tendini e i muscoli.

La Vibram, una azienda italiana che tra le prime ha abbracciato il concetto del barefoot e ha prodotto scarpe idonee all’uso, ha pubblicato un manualetto per aiutare nella transizione, che potete scaricare qui.

Un po’ di tecnica sulle scarpe
Intanto dobbiamo partire dal “drop” ovvero la differenza tra l’altezza del tallone e dell’avampiede. Le scarpe ammortizzate hanno un drop superiore a 8 mm, ovvero il tallone rimane rialzato di 8 o più millimetri, rispetto all’avampiede.
Più ci avviciniamo ad un drop prossimo allo 0, meno ammortizzata risulta essere la scarpa.
Una scarpa che ha un drop uguale a zero è minimal. Anche una scarpa barefoot ha un drop uguale a 0 e, quindi, molti ritengono che minimal e barefoot siano la stessa cosa, ma non è vero. Infatti una scarpa minimal, pur avendo un drop uguale a 0 può avere una suola piuttosto spessa e, quindi, annullare l’effetto piede scalzo, che invece è  la peculiarità della scarpa barefoot.
Una scarpa barefoot, oltre ad un drop nullo non deve offrire sostegno al piede, ma, come ho ricordato prima, soltanto protezione dalle escoriazioni.

Quindi che fare? Continuare a correre con le nostre affezionate scarpe ammortizzate o abbracciare la nuova religione e convertirsi al barefoot? Mah, sinceramente non so che dirvi, certo che io, prima o dopo, un paio di barefoot me le comprerò giusto per capire l’emozione di correre a piedi nudi nel parco.

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