Se puoi sognarlo puoi farlo: IronMan 70.3 St. Pölten

Oggi sono esattamente tre settimane da quando ho superato il traguardo dell’IronMan 70.3 a St. Pölten in Austria, più un evento, per me, che una gara. Una ulteriore tappa della mia vita che sta diventando lunga.
Prima di battere le dita sulla tastiera del computer, per raccontare questa storia, ho dovuto metabolizzare bene quanto accaduto perché, anche se preparato in oltre due anni, un evento del genere richiede del tempo per poterlo sedimentare nel proprio animo.

Un IronMan 70.3, per chi non lo sapesse è una gara di triathlon su media distanza. Si nuota in acque libere, ossia in mare o in lago, per 1.900 metri, che facilmente diventano due chilometri e anche oltre, poi si esce dall’acqua, si sale sulla bicicletta e si percorrono 90 km, molto spesso con diverse centinaia, se non migliaia metri di dislivello, per poi mettere giù la bici e iniziare a correre per 21 chilometri e 75 metri, ovvero la distanza classica di una mezza maratona.

Per i professionisti della disciplina si tratta di una gara di quattro ore e spiccioli, per uno come me si tratta di un viaggio nelle profonde viscere di se stesso. Un’esplorazione speleologica nella profondità del proprio io.

Un viaggio che non si può improvvisare, un viaggio che per me è iniziato nell’agosto del 2013 ed è stato lungo 15.998 Km, divisi tra nuoto, bicicletta e corsa, oltre dieci volte l’Italia in tutta la sua lunghezza, da Palermo a Bolzano, da quando decisi di riprendere saldamente in mano le redini della mia esistenza.

Un allenamento continuo, dal momento della decisione di tentare questa avventura, avvenuta alla fine del 2017, che mi ha portato ad allenarmi per sei giorni su sette, ogni settimana, e che non è stata semplice, anche se la motivazione mi ha tenuto concentrato per tutto il periodo di preparazione specifica.

Ma non vorrei che questo post diventasse un palcoscenico di autoincensamento, tutt’altro. Qui vorrei riuscire a farvi capire che se l’ho fatto, è stato soltanto perché ne ho ricevuto piacere.

La domanda che molti miei amici e conoscenti mi rivolgono più spesso è: “ma chi te lo fa fare?” perché non riescono a capire che allenarsi per un obiettivo, alimentarsi correttamente (senza una sana alimentazione non si va da nessuna parte) può essere piacevole tanto quanto per altri può essere una bella tavola imbandita (che comunque anch’io apprezzo) o la lettura di un buon libro, o la visione di un bel film.

La maggior parte delle persone vede soltanto il lato oscuro dello sport, il sudore, la fatica, senza rendersi conto che tutte quelle ore trascorse con se stessi, senza alcun mediatore tra l’io conscio e l’io inconscio, sono momenti di crescita, di sviluppo personale. Non si può barare con se stessi. Al tavolo d’osteria o davanti allo schermo del computer, scrivendo sui social, si può barare, raccontare un’altra storia, ma quando sei da solo, che stai correndo in una strada di campagna, con il sole che picchia sulla tua testa, o stai pedalando in salita in mezzo ad una fredda pioggia invernale, le balle non puoi raccontartele. O le motivazioni ci sono, e riesci a far uscire quello che Foscolo chiamava “lo spirto guerrier ch’entro mi rugge” o probabilmente ti fermi e rinunci.

E chi non ha pensato di rinunciare almeno una volta vuol dire che non ha mai provato. Ma non si tratta di masochismo, non si tratta di volersi infliggere qualche autoflagellazione. Non si porta il cilicio sotto al body di gara. Non so spiegarvi, ma è tutto bellissimo, come quando mi trovavo piantato in mezzo ad una grande parete, con 400 metri di vuoto sotto ai piedi e altri 400 metri di roccia strapiombante sopra di me per arrivare alla vetta. Una bellezza immensa, una soddisfazione immensa. L’idea di essersi posti un obiettivo e di riuscire a raggiungerlo.

E quando poi, dopo sette ore di viaggio, arrivi a calpestare quel tappeto rosso, senti le trombette dei sostenitori che urlano impazzite, lo speaker pronuncia il tuo nome e si inchina davanti a te prima di darti il cinque e lasciarti passare verso quella passerella che porta all’arco del traguardo, beh quelle lacrime che si sciolgono e rigano le tue guance sono la dimostrazione che ce l’hai fatta, che sei riuscito ancora una volta a raggiungere un obiettivo che ti eri posto e, dopo la linea del traguardo, quando le persone più care che hai al mondo ti abbracciano felici, non puoi che pensare ancora, subito, ad un altro obiettivo, perché la vita è così, dev’essere così, un susseguirsi di traguardi da raggiungere che ti fanno capire che hai vissuto, che non hai sprecato il tempo che ti è stato donato.

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