Italia Germania 4-3

Ho ancora la pelle d’oca pensando a quella sera di 50 anni fa, quando, tredicenne, in un’afosa serata di giugno, urlai come un pazzo, con le lacrime agli occhi, al gol del mio eroe, Gianni Rivera, che siglava il 4-3 di una partita infinita.
Dalle finestre aperte dell’appartamento di via Barbariga 11, nell’allora rione periferico di Roiano, a Trieste, sentii entrare il boato di una popolazione che era appena stata liberata dalla sottomissione psicologica di una Germania, già allora, nonostante la guerra persa, locomotrice d’Europa.
Era appena finita la scuola, avevo superato gli esami di terza media e dopo qualche giorno sarebbe finita la mia prima vita e sarebbe iniziata la seconda vita da emigrante nella mia terra d’origine.
Sono nato in Bisiacheria, e sono apoilide da sempre. Emigrato a poco più di un anno di vita a Trieste, dove mio papà lavorava, per tredici anni vissi in quella città straordinaria.
In quella Los Angeles della Mitteleuropa, intrecciai meravigliose relazioni con bambini che sono amici ancora adesso, ma dove, dopo 3 anni di asilo assieme, cinque di elementari e tre di medie, mi chiamavano ancora “el furlan”, denunciando quella non tanto sottile conflittualità etnica con gli abitanti al di là della Costiera 😂
Pochi giorni dopo la fine di quella magica partita, che a ragione è considerata la più bella partita di calcio del ventesimo secolo, emigrai a Romans, paese natale della mia Mamma, nel quale la mia famiglia affondava radici da sempre.
Venni subito picchiato da alcuni ragazzi perché ero “Triestin”.
Sono passati 50 anni e tra alti e bassi, tra partenze e ritorni, sono ancora qui, forse non più straniero in Patria. Per cui, per me, quella partita segnò uno spartiacque, una linea rossa tracciata tra la mia prima e la mia seconda vita. Il ’68 era passato due anni prima, i movimenti sindacali dell’autunno caldo del ’69 avevano mosso le coscienze e aperto la strada a quegli anni ’70 nei quali venne composta la più belle musica di tutti i tempi, ma dove purtroppo nacque il terrorismo che li trasformò negli anni di piombo. Ma noi, la generazione di mezzo, quella che era troppo giovane per il maggio parigino e per il concerto di Woodstock, e troppo vecchia per per i paninari e la Milano da bere, marciavamo nei viali delle città, con l’eskimo verde, la sciarpa rossa, i pantaloni di fustagno a zampa di elefante e le Clarks ai piedi, con gli occhi speranzosi che scrutavano un incerto futuro, ma con l’orgoglio nel cuore che ci veniva dall’aver battuto la Germania.
Un urlo solo che squarcia la notte: Italia-Germania 4-3

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