Pai trois da lejendis

1997

1997

Quando, una sera del 1994, ricevetti la proposta di scrivere questa raccolta di itinerari, inizialmente rimasi abbastanza perplesso e indeciso sull’accettare o meno. Da un lato avrei avuto la possibilità di stampare un qualcosa di mio, una raccolta di ciò che poteva in parte rappresentare la mia esperienza in montagna, avrei potuto finalmente pubblicare, dopo tanti articoli, un libro vero e proprio.
Dall’altro lato, però, la decisione è stata piuttosto sofferta, perché significava in quel momento non essere coerente con le mie opinioni, più volte espresse, che oramai la montagna andava difesa dai visitatori, e non andava fatta alcuna proposta che ne incentivasse un’ulteriore frequentazione. La montagna sta vivendo un momento molto delicato, da una parte viene abbandonata dai suoi abitanti, che scendono a valle con la convinzione di garantirsi un futuro senza incertezze, dall’altra è aggredita dal turismo di massa che stimola la cosiddetta valorizzazione da parte degli enti locali. La frequentazione in maniera massiccia di un ecosistema tanto delicato, può provocare a breve dei danni irreversibili; pertanto la montagna va difesa, la sua fruizione controllata. Ma soprattutto è il visitatore che va educato a comprendere e a rispettare le esigenze di queste alte terre.
Assieme a mia moglie ragionammo sul da farsi. Erano anni particolari, di mutazioni profonde della nostra vita, ma soprattutto della mia. La montagna, che fino a quel momento era stata vista con gli occhi sportivi dell’arrampicatore, che era considerata quasi una palestra, poteva essere ripercorsa con altri obiettivi, e scoperta da noi stessi sotto il profilo storico e culturale. Inoltre questo lavoro ci avrebbe permesso di conoscere luoghi nuovi, a noi poco noti, perché poco o punto interessanti sotto il profilo alpinistico. Il libro, a quel punto, divenne una sfida famigliare. Nei successivi tre anni, abbiamo percorso assieme ai nostri figli che, alla pubblicazione del libro avevano rispettivamente otto e cinque anni, più di ottanta diversi itinerari, con ogni condizione atmosferica. Abbiamo seguito le tracce dei pionieri, dei cacciatori, dei contrabbandieri. Abbiamo ristudiato la storia tormentata di questi luoghi, che è la storia nostra e dei nostri avi. Abbiamo cercato di guardare a questi sentieri non con gli occhi del turista consumista, ma con quelli del viandante.
E’ stata una splendida esperienza, soprattutto per i nostri bambini che, con le loro gambette hanno salito complessivamente più di 42.000 metri di dislivello, ma hanno avuto modo di vedere posti meravigliosi, avvicinare animali timidi e diffidenti, scoprire la gioia di toccare una cima, di correre in discesa su un ghiaione, di scivolare sui nevai primaverili. Noi, a fare questo libro, ci siamo divertiti un sacco, e spero che anche il lettore si diverta a ripercorrere questi sentieri che attraversano luoghi di frontiera, vallate che sono state calpestate da armate di soldati, che hanno visto le legioni romane spingersi al nord e le orde barbariche calare verso la pianura padana. Storie di luoghi, storie di gente. Il Friuli, la Carnia, la Venezia Giulia, sono da sempre un crogiolo di popoli e di etnie diverse. Quante lingue, quanti dialetti, quante varianti, passando dal mare alle vallate del nord, e quante storie, quante leggende, tramandate di generazione in generazione, raccolte alla tenue luce della lampada ad olio, nelle stalle odorose di fieno e di latte, ma anche di sudore e di sterco. Una vita fatta di fatiche e di rinunce, una continua lotta per la sopravvivenza, una continua lotta per garantire una dignità alla propria stirpe. Il Friuli, terra di emigrazione e di ritorni, di grandi dolori, ma anche di grandi gioie, di fatiche per garantirsi la polenta quotidiana, ma anche di grandi risate al riparo di qualche chioma ombrosa. Il nostro libro è una raccolta di frasi d’amore per la nostra terra, un invito a rispettarla, a capirla, a capire la gente dura e scontrosa che la abita, ad accettare le scarse proposte turistiche. Le montagne del Friuli vanno percorse in silenzio, da soli, per penetrare appieno questo mondo abitato dagli sbilfs, i folletti che vivono nei boschi, nelle case, nelle stalle, e sono un po’ come tutti noi, né buoni né cattivi, un po’ ladri e un po’ santi, uomini che percorrono le montagne alla ricerca di qualcosa che probabilmente non troveranno mai.

Ed. CDA – Centro documentazione alpina – Torino  1997

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